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maggio « 2018 « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
24mag/180

Una Circolare del Ministero che fa a dir poco discutere

23 maggio 2018 @ 12:09 - Studio

Disegno di omino rosso (insegnante) alla lavagna di fronte ad alcuni omini blu (alunni)Sarà vietato formulare i Piani Didattici Personalizzati (PDP) per alunni “con ulteriori Bisogni Educativi Speciali (BES)”? Dopo la lettura di una recente Circolare emanata il 17 maggio scorso dal Capo Dipartimento per l’Istruzione del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, su L’autonomia scolastica fondamento di successo per ognuno, questa non è solo un’impressione, ma sembra una direttiva pressante alle scuole.
In quella Circolare, infatti, si esalta il ruolo dell’autonomia scolastica rilanciata anche dalla Legge 107/15 (cosiddetta La Buona Scuola) e la «personalizzazione» degli interventi educativi sollecitati da tutta la normativa inclusiva. Le scuole, quindi, in forza della propria autonomia didattica, debbono puntare al successo formativo di ciascun alunno, qualunque sia la sua situazione personale, indipendentemente da procedure burocratiche che rischierebbero di fare scambiare il mezzo (procedura) col fine (successo formativo).
A tal fine il documento svolge una critica, neppure tanto velata, alla normativa sugli «ulteriori BES», come indicata nella Circolare Ministeriale n. 8/13 del 6 marzo 2013 e nella Nota Ministeriale n. 2563 del 22 novembre 2013, senza però accennare alla fonte normativa di esse, costituita dalla Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012. Ecco un passaggio illuminante della Circolare recentemente prodotta:
«Oggi il contesto normativo è notevolmente modificato: si è assistito ad un’importante crescita culturale e sono stati introdotti nuovi assiomi di riferimento, nuove risorse professionali, economiche e strutturali affinché a ciascuno sia data la possibilità di vedersi riconosciuto nei propri bisogni educativi “normali”, senza la necessità di ricorrere a documenti che attestino la problematicità del “caso”, fermo restando le garanzie riconosciute dalla Legge n. 104/1992 e dalla Legge n. 170/2010».
La frase «senza la necessità di documenti che accertino la problematicità del caso» è chiarissima, ma si scontra con l’inciso conclusivo («fermo restando le garanzie di cui alla Legge n. 104/1992 e dalla Legge n. 170/2010 [“Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico”, N.d.R.]»), che però, vedi caso, sono due Leggi che impongono documenti neppure pedagogici, ma sanitari, ovvero la certificazione. Si tratta, rispettivamente, della certificazione di disabilità e del PEI conseguente (Piano Educativo Individualizzato) per gli alunni con disabilità e di certificazione di DSA seguita dal PDP (Piano Didattico Personalizzato) per gli alunni con DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Pertanto, per esclusione, l’unico documento “vietato” dovrebbe essere l’individuazione di alunni “con ulteriori BES” (operata non dall’ASL, ma dal Consiglio di Classe) e il conseguente Piano Didattico Personalizzato.
Se però il principio dell’eliminazione di tutti i documenti burocratici è valido, deve valere contro tutti i “documenti burocratici”; ma ovviamente una Circolare, sia pure Direttoriale, non può abrogare le Leggi; di qui la “salvezza” delle certificazioni previste dalle Leggi sugli alunni con disabilità e DSA. E tuttavia ancora, una Circolare, sia pure Direttoriale, non può abrogare nemmeno una Direttiva Ministeriale, quale quella già citata sui BES del 27 dicembre 2012, che è gerarchicamente sovraordinata; donde la svalutazione delle Circolari ad essa susseguenti, lasciando però in vita quella stessa Direttiva Ministeriale, rafforzata per altro dall’articolo 1, comma 7 della Legge 107/15, che insiste appunto sulla tutela dell’inclusione dei casi di BES.

Come dobbiamo allora intendere il successivo paragrafo della Circolare prodotta il 17 maggio? «I docenti e i dirigenti che contribuiscono a realizzare una scuola di qualità, equa e inclusiva, vanno oltre le etichette e, senza la necessità di avere alcuna classificazione “con BES” o di redigere Piani Didattici Personalizzati, riconoscono e valorizzano le diverse normalità, per individuare, informando e coinvolgendo costantemente le famiglie, le strategie più adeguate a favorire l’apprendimento e l’educazione di ogni alunno loro affidato».
Qui è chiaramente esplicitato il principio che non occorre la dichiarazione di ulteriori BES in alunni con svantaggio o disagio di qualunque tipo, né la formulazione di PDP per il successo educativo per ognuno.
Ora, fermo restando che il principio per essere tale dovrebbe riguardare anche  alunni con disabilità e DSA, c’è il problema che in una scuola pubblica, se si deve agevolare qualcuno per motivi personali di qualunque tipo, occorre qualcosa di oggettivo, pena il rischio di precipitare nei favoritismi o peggio… Infatti, gli alunni “con ulteriori BES”, in forza della Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012, godono di «strumenti dispensativi e misure compensative». Come si fa, dunque, ad individuare un alunno al quale concedere tali agevolazioni senza qualcosa di oggettivo, come, nel caso dei BES, la Delibera del Consiglio di Classe e il conseguente PDP in cui tali misure sono indicate? Ci si rende conto a quanti ricorsi si andrebbe incontro da parte di alunni bocciati cui non siano state concesse le agevolazioni che, a discrezione dei singoli docenti, verrebbero accordate ad altri promossi?
Quando per legge venisse abolito il valore legale dei titoli di studio e della corrispondente valutazione, allora sì che sarebbe possibile dare pienamente seguito a quella Circolare e probabilmente ciò potrebbe essere accettabile. Ma sino a quando permane il valore legale dei titoli di studio, quanto auspicato dalla Circolare stessa sembra impraticabile.

Che valore dare, pertanto, a questa Circolare emanata in carenza di auctoritas ministeriale? Penso sia un auspicio alle scuole a lavorare più sulla didattica, ma non può considerarsi un invito a disattendere la Direttiva Ministeriale ancora in vigore sui BES e sui PDP.
L’autonomia scolastica è uno strumento assai importante, introdotto a favore del miglioramento di funzionamento delle scuole; ma è sempre e ancora subordinata all’autonomia legislativa e alla gerarchia delle fonti giuridiche.
La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità stabilisce all’articolo 4, comma 3 che tutti gli atti normativi concernenti l’inclusione delle persone con disabilità debbano ricevere un parere da parte del mondo associativo della disabilità. Alcuni sostengono che a causa della violazione di tale normativa, quella Circolare sia impugnabile per illegittimità. Personalmente non arrivo a tanto, anche se l’ipotesi sembra godere di fondamento. E tuttavia l’articolo 15, comma 1 (lettera e) del Decreto Legislativo 66/17prevede tra i compiti dell’Osservatorio del Ministero sull’Inclusione Scolastica  anche quello di fornire pareri sugli atti giuridiciconcernenti tali argomenti.
Ebbene, se il Ministero avesse voluto sottoporre all’Osservatorio la Circolare per un parere non vincolante, probabilmente non si sarebbe creato tanto disorientamento nelle scuole. I Consigli di Classe, comunque, devono continuare a formulare Piani Didattici Personalizzati nei casi in cui lo ritengano necessario, autorizzati in ciò dalla Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 che,come abbiamo ampiamente sottolineato, è ancora in vigore.

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), della quale è stato vicepresidente nazionale.

Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

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7mag/180

I disability manager italiani nel Registro Europeo per la Trasparenza

4 maggio 2018 @ 12:12 - Diritti

Particolare di uomo con una lavagna in mano e la scritta "DISABILITY MANAGER"Un nuovo importante traguardo è stato ottenuto dalla SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), con la recente iscrizione al Registro Europeo per la Trasparenza.
«Si tratta – spiega Rodolfo Dalla Mora, presidente della SIDIMA – dello strumento che indica le organizzazioni che interagiscono fattivamente con la Commissione Europea per influenzarne positivamente il processo legislativo e decisionale, relativamente alle decisioni sulle politiche dell’Unione. Con particolare riferimento alla nostra Associazione, il Registro specifica quali sono gli interessi da noi perseguiti, ponendoci in tal modo quale interlocutore qualificato delle Istituzioni Comunitarie».

Grazie dunque a questo passaggio, la SIDIMA potrà intensificare i propri rapporti di collaborazione con le Istituzioni Europee, ma anche con i vari Paesi Membri dell’Unione, allo scopo di mettere in campo pratiche virtuose in favore e a sostegno delle persone con disabilità.
In tal senso, già il 24 maggio prossimo, Barbara Rizzi, responsabile della Commissione Rapporti Istituzionali e Internazionali della SIDIMA – alla quale vanno i più sentiti ringraziamenti di Dalla Mora per il prezioso lavoro svolto – avrà un incontro con la Direzione Generale del Commissario Europeo per il Lavoro e gli Affari Sociali, per proporre la creazione della rete europea dei disability manager e anche la disseminazione dei corsi di perfezionamento in Disability Management negli altri Paesi dell’Unione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa SIDIMA (Salvatore Ferragina), stampa.sidima@gmail.com.

Disability manager
Si tratta di professionisti che lavorano nel campo della disabilità, figure introdotte in Italia nel 2009, con il Libro bianco su accessibilità e mobilità urbana, a cura del Tavolo Tecnico istituito tra il Comune di Parma, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quello della Salute.
Più che una professione in sé, quella del disability manager è una “competenza aggiuntiva” che può integrare una professionalità preesistente: architetto, avvocato, assistente sociale, terapista occupazionale e così via. Il suo ruolo, quindi, può cambiare molto, anche in base ai diversi contesti di lavoro: Enti Locali, Ospedali, Aziende.
Per diventare disability manager non vi è un unico un percorso formativo, né esiste attualmente un Albo Professionale. Per alcuni anni, l’Università Cattolica di Milano ha attivato uno specifico Corso di Perfezionamento, esperienza proposta recentemente anche dall’Università del Piemonte Orientale (con sede ad Alessandria). Dal canto suo, anche la SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) organizza e promuove occasioni formative sul tema.
Attualmente, come accennato, i disability manager sono stati assunti da Ospedali (come quello di Motta di Livenza, in provincia di Treviso), Aziende e Comuni (come Parma e Alessandria).
L’Associazione SIDIMA lavora costantemente per promuovere la conoscenza di questa figura e favorirne l’assunzione nelle diverse istituzioni.
(Notizie attinte dal sito della SIDIMA)

Disability Management
Per Disability/Diversity Management si intende un’organizzazione flessibile del rientro del lavoratore con disabilità o diversità in azienda, modulato da interventi e azioni specifiche di tipo riabilitativo, ergonomico, organizzativo, in relazione alle concrete necessità, professionalità e con i cicli produttivi aziendali.
Si tratta di un processo ormai consolidato in altri Paesi, dove numerosi studi hanno dimostrato che esso è vantaggioso per tutti gli attori in campo: prevede infatti un contenimento delle spese per i Governi; il risparmio economico e l’aumento della produttività per i datori di lavoro; una miglior protezione dell’occupazione dei lavoratori.
Teorizzato per la prima volta negli Anni Ottanta, il Disability/Diversity Management può anche più semplicemente essere definito come un modo per conciliare il diritto all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità e dei malati cronici con le esigenze di efficienza delle imprese. Una necessità economica, dunque, ma anche un modo per soddisfare l’insopprimibile bisogno di identità e inclusione attraverso e nel lavoro.

Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

URL di questo articolo: http://www.superando.it/2018/05/04/i-disability-manager-italiani-nel-registro-europeo-per-la-trasparenza/

2mag/180

Le lauree e i percorsi abilitanti degli studenti con disabilita’

30 aprile 2018 @ 18:18 - Studio

Studente laureato con disabilità fotografato di spalle«Il diritto di accesso ai livelli superiori dell’istruzione per le persone con disabilità e DSA (disturbi specifici di apprendimento) è riconosciuto e garantito dalle Università italiane. Per le cosiddette lauree abilitanti, tale diritto deve essere perseguito nella prospettiva del necessario bilanciamento con altri interessi parimenti riconosciuti nella Carta Costituzionale italiana. Nella consapevolezza, quindi, che alcune condizioni fisiche o psichiche possono interporre ostacoli allo svolgimento di determinate mansioni, assume particolare rilievo il dovere degli Atenei di formare professionisti in grado di svolgere compiutamente il proprio ruolo professionale. In termini più generali, è in gioco la responsabilità che il mondo accademico si assume – abilitando i propri laureati allo svolgimento di una determinata professione – nei confronti dei soggetti terzi che di quei laureati saranno pazienti o discenti e, più in generale, nei confronti della società».
È nata da queste considerazioni l’idea del CALD (Coordinamento Atenei Lombardi per la Disabilità) e del CNUDD (Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità) di affrontare tali tematiche durante una giornata di riflessione che possa promuovere un confronto tra le diverse esperienze maturate nelle università italiane e a livello internazionale, nonché individuare le problematiche più significative e le possibili soluzioni.

Tale incontro si intitolerà Problemi e soluzioni per gli studenti con disabilità e DSA nelle lauree e nei percorsi abilitanti e si terrà il 6 luglio Milano, presso l’Auditorium Testori della Regione Lombardia.
«L’iniziativa – sottolinea Giuseppe Arconzo, associato di Diritto Costituzionale e delegato del Rettore per le Disabilità e i DSA all’Università di Milano – si pone l’obiettivo di ragionare su una questione estremamente complessa e delicata: le condizioni fisiche o psichiche possono, in alcuni casi, precludere o rendere estremamente problematico lo svolgimento di una determinata professione? E se così è, come devono comportarsi gli Atenei quando studenti con disabilità si iscrivono a corsi di studio che aprono la strada a percorsi professionali che paiono incompatibili con la loro condizione fisica? Il tema del convegno di luglio si presterà ad essere affrontato in una prospettiva multidisciplinare (giuridica, psicologica, filosofica, bioetica, pedagogica, medica, sociologica, economica, ecc.) e sarà aperto, oltreché al mondo scientifico e accademico, anche alle Associazioni, alle Istituzioni e a tutti coloro che riterranno di potere apportare un contributo significativo alla riflessione. In tal senso è possibile presentare un proprio contributo entro il 21 maggioprossimo (a: convegno6luglio2018@gmail.com), che verrà poi vagliato dal Comitato Scientifico del convegno».

L’incontro si strutturerà su tre sessioni, precedute da alcune relazioni introduttive che affronteranno a livello nazionale e internazionale le questioni più delicate. Una preziosa occasione di confronto sarà data in particolare dall’intervento di Lisa Meeks, proveniente dagli Stati Uniti (University of Michigan Medical School) e presidente della Coalition for Disability Access in Health Service and Medical Education.
Ogni sessione, ricordiamo in conclusione, affronterà una diversa macrotematica, vale a dire: a) La ricerca del bilanciamento tra il diritto all’istruzione universitaria di ogni studente con disabilità e DSA e la responsabilità dell’Accademia di formare professionisti competenti e capaci di svolgere la professione per la quale saranno abilitati; b) La gestione delle diverse fasi del percorso universitario degli studenti con disabilità e con DSA; c) La promozione di percorsi di partecipazione sociale nei contesti di vita e di lavoro coerenti con il corso di studi scelto. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: convegno6luglio2018@gmail.com.