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marzo « 2017 « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
13mar/170

Legge 104: necessaria, ma non piu’ sufficiente

Alunna con disabilità in una classe di scuolaQuando fu approvata venticinque anni fa, la Legge 104/92 costituì l’asse portante dell’integrazione scolastica (come allora si chiamava il processo di presenza massiccia degli alunni con disabilità nelle classi comuni), anche perché aveva recepito i princìpi fondamentali sui diritti degli alunni con disabilità, enunciati per la prima volta con chiarezza nella Sentenza 215/87 della Corte Costituzionale. Essa, infatti, garantì il diritto alla scolarizzazione nelle classi comuni di alunni precedentemente ancora valutati dai medici come «non scolarizzabili» (articolo 12, comma 4); previde strategie didattiche, modalità organizzative e mezzi finanziari idonei a garantire l’attuazione di tali princìpi; sancì inoltre il diritto per gli alunni con disabilità – e non una semplice possibilità – a frequentare gli asili nido e la scuola materna, nonché le scuole di ogni ordine e grado sino all’Università (articolo 12, commi 1 e 2), oltre ad indicare gli obiettivi cui l’integrazione doveva mirare e cioè la crescita negli apprendimenti, nella comunicazione, nella socializzazione e nelle relazioni (articolo 12, comma 3).
Le norme applicative favorirono poi la realizzazione e l’esigibilità di tali diritti, chiarendone i soggetti pubblici tenuti a rispettarli e a farli rispettare e a fornire i mezzi finanziari e il loro coordinamento tramite gli accordi di programma e le intese (articolo 13, comma 1 lettera a).
E ancora, quella norma sancì criteri di valutazione degli alunni che riguardavano non solo i risultati apprenditivi, ma anche il processo e le modalità di apprendimento, distinguendo tra scuola elementare e media (in cui il progetto didattico personalizzato avrebbe dovuto essere formulato esclusivamente sulla base delle capacità dell’alunno e valutato positivamente se vi fossero stati dei progressi rispetto ai livelli iniziali degli apprendimenti) e la scuola superiore, dove pur potendosi avvalere di prove «equipollenti» e di altre agevolazioni, l’alunno, volendo conseguire il diploma, avrebbe comunque dovuto dimostrare di possedere gli elementi basilari delle discipline.

La Legge 104/92, però, è datata, risentendo innanzitutto di una visione statalistica, mancando ancora, nel momento in cui venne prodotta, l’autonomia scolastica e il trasferimento dei poteri dei Provveditori agli Studi dalle Province agli Uffici Scolastici Regionali.
Essa, inoltre, risente ancora di una prospettiva sanitaria legata alla disabilità come a una caratteristica essenziale della persona con disabilità che quasi si identifica con essa (articolo 3, commi 1 e 3), basandosi così su una visione statica ed egocentrica della disabilità stessa.
In realtà, anche la normativa successiva ha proseguito su questi orientamenti, ma a partire dai primi Anni Duemila, la cultura mondiale ha sviluppato i princìpi dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo i quali la disabilità dev’essere inquadrata dinamicamente nei diversi contesti di vita, che possono offrire condizioni favorevoli o sfavorevoli all’inclusione, termine odierno più idoneo a significare questo nuovo orientamento di prospettiva culturale; infatti, ad esempio per un alunno cieco è molto diverso trovarsi in una scuola in cui ci siano docenti preparati sulle didattiche specifiche per la cecità, in una classe poco numerosa e potendo avvalersi di nuove tecnologie elettroniche, rispetto a chi tutto ciò non può avere.

Sulla base di questi nuovi orientamenti culturali, nel 2006 è stata approvata la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia otto anni fa, con la Legge 18/09. Pertanto la Legge 104/92 dev’essere oggi applicata alla luce di questi nuovi princìpi, ai quali deve adeguarsi.
Va poi ricordato come – alla luce delle esperienze di buone prassi di consulenza alle scuole riunite in rete per migliorare la qualità inclusiva nei confronti di casi sempre più nuovi e complessi, come gli alunni con autismo – si siano sviluppati dal 2007 i CTS, ovvero i Centri Territoriali di Supporto all’inclusione a livello provinciale o più recentemente di “Ambito Territoriale”, che si suddividono a propria volta nei CTI, i Centri Territoriali per l’Inclusione a livello di reti di scuole che abbiano realizzato degli sportelli di consulenza per l’inclusione di alunni con autismo, contribuendo validamente al miglioramento della loro inclusione.
Sembrerebbe per altro corretto che tali Centri potessero gestire pure altri sportelli per particolari tipologie di disabilità (ciechi, sordi, gravi disabilità intellettive, autismo, disabilità motorie), che possono anch’esse essere compensate con appositi ausili tecnologici.
In modo meno organico e puntuale, tali consulenze venivano svolte dai GLIP (Gruppi di Lavoro Interistituzionali Provinciali), che però sono stati ormai depotenziati quando il potere decisionale dell’Amministrazione Scolastica si è spostato all’Ufficio Scolastico Regionale. Pertanto è necessario che i CTS e i CTI ricevano un definitivo riconoscimento ufficiale per l’aggiornamento della Legge 104/92, che negli ultimi anni è stato avvertito come non più differibile e che ha portato le Federazioni FISH FAND [rispettivamente Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità, N.d.R.] a far presentare alla Camera la Proposta di Legge n. 2444, che recepiva queste richieste innovative.

E a proposito dell’istituzionalizzazione dei Centri Territoriali di Supporto, è da osservare che sino ad oggi essi sono stati costituiti presso gli Uffici Scolastici Provinciali, mentre la Legge 107/15 (cosiddetta La Buona Scuola) ristruttura il territorio di competenza degli Uffici Scolastici Regionali nei già citati “Ambiti Territoriali”, inferiori al territorio provinciale. Questo probabilmente in vista dell’abrogazione delle Province previste dalla Legge di Riforma Costituzionale che non ha però avuto la conferma referendaria del 4 dicembre scorso. Sarebbe pertanto opportuno che tali organismi rimanessero a livello provinciale e che anzi ad essi venissero devolute le risorse umane e finanziarie previste dall’articolo 15 della Legge 104 ai GLIP, destinati, come detto, a scomparire.

Per tutto ciò la Legge 107/15 ha dato delega al Governo di migliorare la normativa, ma come documentato anche dall’ampio dibattito accesosi sulle pagine di «Superando.it» [si veda a tal proposito nella colonnina a destra l’elenco dei contributi pubblicati dal nostro giornale, N.d.R.], le bozze dei Decreti Delegati presentati dal Governo alle Camere per il richiesto parere e che dovranno portare entro la metà di aprile a un’approvazione definitiva, non soddisfano assolutamente le Associazioni delle persone con disabilità, aderenti sia alla FISH che alla FAND, dal momento che non riportano le richieste di aggiornamento della Legge 104/92, né quelle di riconoscimento ufficiale dei CTS e dei CTI. È quindi in corso un forte dibattito interno e con il Ministero dell’Istruzione, perché i contenuti dei Decreti Delegati vengano notevolmente modificati, recependo numerosi emendamenti migliorativi, proposti dalle Associazioni.
Qualora ciò non dovesse avvenire, le due Federazioni hanno già minacciato di intraprendere iniziative di protesta anche radicali.

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) della quale è stato vicepresidente nazionale. Le presenti riflessioni costituiscono il riadattamento dell’intervento pronunciato durante il convegno nazionale “Inclusione: conquiste, realizzazioni e prospettive”, Roma, 8-9 marzo 2017 (se ne legga la nostra presentazione).

Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

URL di questo articolo: http://www.superando.it/2017/03/10/legge-104-necessaria-ma-non-piu-sufficiente/

10mar/170

Affido condiviso: addio al collocamento prevalente

affido figli affidamento

Il Tribunale di Brindisi detta le linee guida sulla gestione dei figli delle coppie separate

di Valeria Zeppilli – La gestione dei minori figli di una coppia separataè una tematica molto delicata che, anche a distanza di anni dalla legge del 2006 che ha introdotto l'affido condiviso, è soggetta a un'interpretazione pratica tutt'altro che concorde e precisa.

Nel Report Istat di fine 2016 così come nella circolare Miur 5336 del 2 settembre 2015, ad esempio, è emerso che l'affidamento condiviso, pur ovviamente applicato in teoria, è del tutto ignorato nella pratica, tanto che a inizio anno in Senato si è tornato a parlare di una nuova formulazione delle norme che lo regolano, al fine di garantire a tutti gli effetti il diritto dei fanciulli alla bigenitorialità.

Coinvolgimento quotidiano di entrambi i genitori

Nel frattempo però un Tribunale, quello di Brindisi, si è portato avanti e grazie all'iniziativa della presidente della sezione civile, Fausta Palazzo, coadiuvata da un gruppo di lavoro facente capo all'avv. Mariella Fanuli della Camera Minorile, ha stilato delle linee guida per la sezione famiglia dell'ufficio (qui sotto allegate) che, di fatto, cancellano il concetto della collocazione prevalente a vantaggio di un coinvolgimento quotidiano di entrambi i genitori nella crescita e nell'educazione dei figli.

Ciò avviene, innanzitutto, con la precisazione che i figli devono essere domiciliati presso entrambi i genitori, mentre la residenza ha valenza puramente anagrafica. La scelta della residenza abituale è definita con il solo scopo di individuare il giudice competente nel caso in cui uno dei genitori si allontani unilateralmente insieme ai figli.

Ai minori, poi, vanno garantite pari opportunità di frequentare sia la mamma che il papà, anche se non necessariamente trascorrendo tempi identici con ciascuno di loro. Ma se alla fine dell'anno i piccoli avranno trascorso più tempo con un genitore piuttosto che con l'altro, per il Tribunale di Brindisi ciò dovrà essere dipeso non da un'imposizione legale definita a priori, ma da esigenze casuali dei figli. Insomma, "se le cose sono andate così, poteva anche accadere il contrario", pur restando salve eventuali situazioni di impossibilità materiale, oggettive e dimostrate.

Spese e mantenimento

La stabilità logistica, in sostanza, lascia il passo al coinvolgimento paritario di mamma e di papà nella vita di tutti i giorni dei minori, anche sotto il punto di vista economico.

Si pensi alle spese che, alla luce dell'opinabilità della classificazione di quelle straordinarie, saranno ora distinte tra prevedibili e imprevedibili, stabilendo che le prime sono assegnate all'uno o all'altro genitore per intero mentre le seconde sono divise in proporzione delle risorse.

Per quanto riguarda il mantenimento, poi, il Tribunale di Brindisi ha chiarito di non poter ritenere assolti i doveri di un genitore in tal senso mediante la fornitura di denaro all'altro attraverso un assegno, ipotesi da limitare ai casi in cui le differenze di contributo non possono essere compensate attribuendo i capitoli di spesa più onerosi al genitore più abbiente. La forma di mantenimento corretta, infatti, è quella diretta, ovverosia quella in cui ogni genitore assume "una parte dei compiti di cura dei figli, restando obbligato a sacrificare parte del proprio tempo per provvedere direttamente ai loro bisogni, comprensivi della parte economica".

Casa familiare

L'addio al collocamento prevalente cagiona ripercussioni anche sulla spinosa questione dell'assegnazione della casa familiare: visto che la frequentazione dei minori con i genitori è equilibrata, l'immobile resta al proprietario senza possibilità di contestazioni. Nel caso di comproprietà, il genitore che abbandona la casa sarà gravato di un mantenimento "scontato" del 50% del costo della locazione di un appartamento con caratteristiche simili.

Ascolto e mediazione

Le linee guida, infine, si occupano di altri due aspetti importanti: l'ascolto del minore e la mediazione familiare.

Con riferimento al primo, il Tribunale di Brindisi prende posizione dinanzi al contrasto tra gli articoli 337-octies e 315-bis del codice civile, optando per quest'ultimo e chiarendo che se l'ascolto è richiesto non può essere negato.

Per quanto riguarda la mediazione familiare, invece, si precisa che le coppie saranno invitate a inserire il ricorso a tale strumento nelle ipotesi di contrasti insorti successivamente.

Valeria Zeppilli

Consulenza Legale

Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara