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Aixtud
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A vera imitazione di Cristo

14 giugno 2016 @ 10:47 - Società

Papa Francesco parla, mentre due bimbe con sindrome di Down giocano davanti a luiPapa Francecso durante il convegno promosso in occasione del venticinquennale del Settore per la catechesi delle persone disabili dell’Ufficio Catechistico Nazionale CEI (Conferenza Episcopale Italiana). Ai suoi piedi giocano due bimbe con la sindrome di Down

Ho letto su «Avvenire» dell’11 giugno scorso una cronaca dell’incontro di Papa Francesco con le persone con disabilità, in occasione del Convegno promosso per il venticinquennale del Settore per la catechesi delle persone disabili dell’Ufficio Catechistico Nazionale CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e desidero riportare integralmente quel testo, su cui svolgere successivamente alcuni miei cenni di riflessione.

«“Le diversità ci fanno paura perché andare incontro a una persona che ha una diversità grande è una sfida, e ogni sfida ci fa paura. È più comodo non muoversi, ignorare le diversità, dire che tutti siamo uguali”. Ma “tutti siamo diversi, non c’è uno che sia uguale all’altro”.
Così Papa Francesco, parlando alle persone disabili, accompagnatori e volontari che stanno partecipando al convegno promosso dall’Ufficio Catechistico della CEI per i 25 anni del Settore per la catechesi delle persone disabili, ha ricordato che “le diversità sono proprio la ricchezza”.
“Pensiamo – ha aggiunto – a un mondo dove tutti siano uguali: sarebbe un mondo noioso”. “È vero, ci sono diversità – ha riconosciuto il Papa – che sono dolorose, ma anche quelle diversità ci aiutano, ci sfidano e ci arricchiscono”. “Non aver paura delle diversità è la strada per migliorare, per essere più belli e più ricchi”, ha poi detto Bergoglio, vedendo nella stretta di mano il gesto che si fa per «mettere in comune quello che noi abbiamo”.
“Una cosa che si deve fare” soprattutto nei confronti di chi ha delle “diversità”, è “ascoltare”, praticare “l’apostolato dell’orecchio”. Lo ha detto il Papa rispondendo a domande di malati e disabili.
“‘Ma padre, è noioso ascoltare perché sono sempre le stesse storie, le stesse cose’, ma – ha sottolineato papa Francesco – non sono le stesse persone, e il Signore è nel cuore di ogni persona e tu devi avere la pazienza di ascoltare, accogliere tutti, e credo che con questo ho risposto alle domande, avevo preparato un discorso ma il prefetto lo consegnerà e lo leggerete per conoscerlo, perché leggere un discorso è anche un po’ noioso, e c’è un momento, state attenti, e quando uno comincia a leggere un discorso , un po’ con una certa furbizia tutti cominciano a guardare l’orologio, ‘ma quando finirà questo?’”.
A un parroco che chiuda la porta della chiesa a quanti hanno diversità o disabilità, che li escluda dalla catechesi e dai Sacramenti, “che consiglio può dare il Papa? Ma che consiglio, ‘ma chiudi la porta della chiesa, per favore, o tutti o nessuno’”. Così il Papa alle domande di don Luigi D’Errico, parroco romano, e di Serena, una 25enne in carrozzella dalla diocesi di Pistoia nell’incontro con malati e disabili in aula Paolo VI.
“Pensiamo – ha aggiunto – a un prete che si difende, ‘no capisco tutti, ma non posso accogliere tutti perché non tutti sono capaci di capire’. Sei tu che non sei capace di capire, quello che deve fare il prete, aiutato da laici, da catechisti e da tanta gente, è aiutare a capire, la fede, l’amore, le differenze, come essere amici, le cose che si complementano, come uno può dare una cosa e uno un’altra”.
“Spesso si giustifica il rifiuto – ha proseguito Papa Francesco – dicendo: ‘tanto non capisce’, oppure: ‘non ne ha bisogno’. In realtà, con tale atteggiamento, si mostra di non aver compreso veramente il senso dei Sacramenti stessi, e di fatto si nega alle persone disabili l’esercizio della loro figliolanza divina e la piena partecipazione alla comunità ecclesiale”.
“Il Sacramento – ha precisato il Papa – è un dono e la liturgia è vita: prima ancora di essere capita razionalmente, essa chiede di essere vissuta nella specificità dell’esperienza personale ed ecclesiale. In tal senso, la comunità cristiana è chiamata a operare affinché ogni battezzato possa fare esperienza di Cristo nei Sacramenti”».

Avevo letto, quando ero dirigente nazionale del Movimento Apostolico Ciechi, i bei discorsi svolti alle persone con disabilità da Paolo VI, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, di grande profondità culturale nel proclamare i diritti umani di tali  persone all’inclusione sociale ed ecclesiale. Ma il tono di questo incontro con Papa Francesco è del tutto fuori del protocollo, come ha affermato lo stesso Pontefice nel mettere da parte il discorso scritto preparato e parlando a braccio, rispondendo anche alle domande che gli sono state rivolte.
Innanzitutto egli ha evidenziato come affermare il valore dell’uguaglianza di tutti possa celare il rifiuto di impegnarsi a scoprire la diversità di ciascuno e la ricchezza di tale diversità. Mi ha poi colpito la critica a quanti vorrebbero negare la formazione religiosa e la partecipazione ai Sacramenti, specie alla Comunione, dei ragazzi e dei giovani in particolare con disabilità intellettive, con la motivazione che «tanto non capiscono…». Il Papa ha insistito invece sul valore di vita vissuta dei Sacramenti e della liturgia nell’ambito della comunità cristiana, che deve farsi accogliente nella prassi, più che pensare alla teorizzazione delle formule del catechismo.
Tale prassi di accoglienza è la vera imitazione di Gesù che accoglieva tutti, specie quanti erano esposti al rischio di emarginazione o erano effettivamente emarginati. E a imitazione di Gesù, che non era tenero con gli ipocriti, il Papa conclude in modo pastoralmente rivoluzionario: «Se il prete non accoglie tutti, chiuda la porta della chiesa».
Queste sono indicazioni importantissime per un radicale e generalizzato cambiamento pastorale che ancora non ha pervaso tutti gli ambienti ecclesiali, anche se in molte parrocchie i gruppi di volontariato sono seriamente impegnati per un’accoglienza non pietistica, ma di vera inclusione.

A margine delle riflessioni di Salvatore Nocera, annotiamo anche quanto dichiarato in una nota dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), che «esprime un caloroso grazie a Papa Francesco per le sue parole chespazzano via i pregiudizi nei confronti delle persone con disabilità che ancora affiorano talvolta nella Chiesa stessa, mentre ai suoi piedi giocano due bambine con la sindrome di Down».
«Durante quell’incontro – viene sottolineato ancora dall’AIPD – il Papa, circondato da una vivace folla, desiderosa di ascoltare le sue parole, afferma come la diversità sia fonte di ricchezza, in quanto elemento di cambiamento che può aiutare le persone a superare quella paura che si crea davanti a una nuova situazione. Molto spesso, infatti, è più facile e meno faticoso rimanere all’interno dei propri limiti, anziché sforzarsi di vedere con occhi diversi l’altro, in quanto ciò richiede un impegno maggiore. La diversità, quindi, diviene ricchezza nel momento in cui è acquisita come “la strada per migliorare, per essere più belli e più ricchi” e si può diventare più ricchi anche solo attraverso un semplice gesto concreto: la stretta di mano».
«Oltre al tema della diversità come fonte di ricchezza – conclude la nota dell’AIPD -, il Papa, facendo l’esempio di Serena seduta sulla sedia a rotelle che parla di discriminazione, afferma che tutti devono avere la possibilità di ricevere i Sacramenti e come ultimo argomento il Pontefice dichiara come nella Pastorale della Chiesa si facciano molte cose belle, ma ancor più necessario sia avere un “apostolato dell’orecchio”, dando cioè maggiore attenzione all’ascolto delle persone».

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) della quale è stato vicepresidente nazionale e responsabile per l’Area Normativo-Giuridica dell’Osservatorio sull’Integrazione Scolastica dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down).

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Ricorso contro il Comune di Roma, per discriminazione indiretta

14 giugno 2016 @ 16:58 - Diritti

Sagomine di persone unite e sagomina di persona in carrozzina staccata dagli altriAveva usufruito per molto tempo di un contributo di 600 euro mensili, in base al SAVI, il Servizio di Aiuto per la Vita Indipendente del Comune di Roma, un giovane con grave disabilità motoria, per provvedere alla propria assistenza domiciliare, retribuendo un operatore, pagandogli i contributi INPS e l’assicurazione. Quando poi il budget del SAVI non consentiva di avvalersi degli operatori domiciliari, il giovane aveva potuto fino al 2010 contare per l’assistenza anche sul supporto dei propri genitori; e tuttavia, con l’avanzare dell’età e lo sviluppo di patologie da parte di questi ultimi, aveva deciso di chiedere un adeguamento del finanziamento assegnatogli dal Comune Capitolino, reiterando per ben tre volte la propria richiesta. Risposta: un perdurante silenzio tombale.
«Cosicché il giovane – spiega Emanuela Astolfi, presidente dell’Associazione Avvocato del Cittadino – a seguito dell’aggravarsi della situazione fisica dei genitori, è stato costretto a rimodulare le proprie abitudini quotidiane, rimanendo quindi vittima di una discriminazione indiretta, ai sensi della Legge 67/06 [“Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni”, N.d.R.]: infatti, il comportamento apparentemente neutro dell’Amministrazione Capitolina, che ha negato un aumento del budget per l’assistenza indiretta, ha posto il giovane in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone».
Per questo, dunque, i legali dell’Avvocato del Cittadino hanno deciso di iscrivere al ruolo in questi giorni un ricorso contro il Comune di Roma, in base alla citata Legge 67/06, per attività discriminatoria posta in essere dall’Ente nei confronti di una persona con disabilità.

«Nello scorso mese di maggio – ricorda poi Astolfi – la nostra Associazione aveva inviato una lettera a tutti i Candidati a Sindaco di Roma, chiedendo un formale impegno a cambiare la prassi instauratasi a seguito dell’approvazione – e dell’inesatta interpretazione – della Delibera di Giunta Comunale 191/15, la quale, modificando la precedente Delibera 355/12, ha stabilito che le persone con disabilità che percepiscono il contributo per l’assistenza domiciliare indiretta debbano anticipare il pagamento della retribuzione in favore degli operatori e solo dopo avere presentato la rendicontazione (le buste paga) al Municipio di competenza, ricevere il contributo. Questo significa escludere dal servizio di assistenza indiretta tutte le persone che non hanno alcun reddito o hanno un reddito appena sufficiente per il proprio sostentamento. Ebbene, a parte qualche contatto da parte di segreterie di partito, per capire quante persone fossero coinvolte dal problema, nessuno si è reso disponibile a sottoscrivere un atto di impegno volto a modificare l’attuale, ingiusta, discriminatoria prassi, che potrebbe spingere gli utenti in difficoltà economica ad optare per l’assistenza diretta, ossia erogata tramite cooperative».

Con tale azione, dunque, l’Associazione Avvocato del Cittadino prosegue nel proprio operato di sostegno alle persone con disabilità che riferiscano storie di discriminazione legate alla presenza di barriere architettoniche, a trattamenti vessatori sul lavoro e soprattutto, come in questo caso, a problemi derivanti dalla fruizione dell’assistenza domiciliare indiretta. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@avvocatodelcittadino.com.

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Scuola: quelle mansioni “delicate” e “speciali”

3 giugno 2016 @ 17:45 - Studio

Ragazzo con disabilità a scuolaSono certamente dispiaciuto per la vicenda giudiziaria di quelle tre collaboratrici scolastiche siciliane, per le quali la Corte di Cassazione, tramite la Sentenza 22786/16, ha ribadito la condanna penale sancita dalla Corte d’Appello, contestando loro il reato di «rifiuto d’atti d’ufficio», dopo che si erano rifiutate di effettuare un cambio di pannolino a un’alunna con disabilità.
Esse sono vittime dell’assurdità di una legge della Sicilia che aveva imposto ai Comuni l’obbligo di fornire agli alunni con disabilità gli assistenti igienici, oltre che quelli  per l’autonomia e la comunicazione, in spregio al Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del 2003, confermato da quello del 2005, che aveva attribuito tale compito ai collaboratori e alle collaboratrici scolastiche.
Forse la Magistratura penale avrebbe potuto tener conto di questa incertezza normativa per evitare la condanna e tuttavia concordo con il principio civilistico che, stando al Contratto di Lavoro, tale compito sia dei collaboratori scolastici, i quali ormai non possono più legittimamente rifiutarsi di frequentare il corso di aggiornamento che dà loro il diritto a un aumento di stipendio: infatti, la Legge 107/15 – meglio nota come Riforma della “Buona Scuola” – stabilisce espressamente (articolo 1, comma 181, lettera C, punto 8), l’obbligo dell’aggiornamento per i collaboratori scolastici, al fine di assicurare l’assistenza di base agli alunni con disabilità.

Da alcune parti si sostiene che ai collaboratori e alle collaboratrici scolastiche non spetti tale mansione, citando in tal senso la Tabella A del CCNL del 2005, in cui sono descritte le mansioni ordinarie del nuovo profilo di tale personale. In tal modo, però, si ignorano gli articoli 47 e 48 di quello stesso Contratto di Lavoro, in cui è detto che il Dirigente Scolastico deve assegnare degli incarichi specifici per mansioni speciali, data la loro delicatezza.
Il corso di aggiornamento previsto dal CCNL serve proprio a formare correttamente i collaboratori e le collaboratrici scolastiche su tali mansioni delicate – come può essere appunto un cambio di pannolino – e ora ciò è stato reso obbligatorio.
Inoltre, nel citato punto 8 della lettera C del comma 181 della Legge 107/15, si parla di «assistenza di base» e tale dicitura, a mio modesto avviso, credo confermi ancor di più la mia tesi, secondo cui se il cambio dei pannolini è un’attività «delicata» e «speciale», che richiede naturalmente un corso di aggiornamento, ora è divenuto obbligatorio anche l’aggiornamento per svolgere le normali attività di accompagnamento degli alunni con disabilità da fuori a dentro la scuola e la sorveglianza di tutti gli alunni, di cui alla Tabella A del Contratto di Lavoro 2005.
Ragionando quindi serenamente, coloro che non sono d’accordo con questa interpretazione dovrebbero anche dirmi chi dovrebbe cambiare i pannolini. Sarebbe infatti veramente comico che i collaboratori scolastici, dopo avere accompagnato in bagno gli alunni con disabilità, dovessero poi passare l’alunno a un’altra figura professionale che provvedesse al cambio dei pannolini, per poi riprendere l’alunno stesso, per riaccompagnarlo in classe…

Mi auguro dunque che anche alla luce di questa Sentenza della Corte di Cassazione, alcune forze sindacali non vogliano più cercare di convincere i collaboratori e le collaboratrici scolastiche che l’assistenza igienica non è loro compito, garantendo così, in tal modo, serenità agli alunni con disabilità complesse e alle loro famiglie.

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) della quale è stato vicepresidente nazionale e responsabile per l’Area Normativo-Giuridica dell’Osservatorio sull’Integrazione Scolastica dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down).

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