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Aixtud
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Un Messaggio dell’INPS che “aggroviglia la matassa”

25 giugno 2014 @ 11:36

Viso di uomo con mano sul volto ed espressione di sconforto«Rimaniamo interdetti per il testo di quel Messaggio prodotto nei giorni scorsi dall’INPS, in cui il principio in base al quale non si debba avere alcuna visita di revisione per i minori con autismo, fino al loro compimento della maggiore età, diventa foriero di incertezze e forti dubbi»: sono parole di Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), a commento del Messaggio INPS n. 5544 del 23 giugno scorso.
«Il principio è sacrosanto – sottolinea infatti Speziale -, ma perché indicarlo in un Messaggio ad hoc, quando vi è già da anni il Decreto Ministeriale del 2 agosto 2007 [“Individuazione delle patologie rispetto alle quali sono escluse visite di controllo sulla permanenza dello stato invalidante”, N.d.R.], che prevede l’esclusione dalla rivedibilità per tutte le patologie rientranti nel punto 10 del medesimo e quindi per tutte le patologie mentali dell’età evolutiva e adulta con deficit neuropsichici e della vita di relazione?».
In tal senso, il Presidente dell’ANFFAS ricorda anche che alla stesura di quel Decreto del 2007 parteciparono «illustri rappresentanti del Coordinamento Nazionale di Medicina Legale dell’INPS, cui è da attribuire l’odierno Messaggio».
Un altro passaggio su cui si sofferma Speziale è quello in cui nel Messaggio dell’INPS si fa riferimento a «protocolli raccomandati dalle Linee Guida accreditate». «Altro che Linee Guida – è il commento -, così si accresce la confusione: infatti, nel Messaggio, quale criterio di valutazione per il diritto all’esonero dalla rivedibilità, si fa riferimento all’anacronisticoDSM IV [penultima edizione del “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, vera e propria “bibbia” della psichiatria mondiale, N.d.R.], tra l’altro nemmeno nella versione TR [testo revisionato, N.d.R.] e non al DSM V, non avendo perciò chiaro cosa rientri nel termine di “autismo” preso in considerazione dal Messaggio e se rientri l’intero gruppo dei disturbi dello spettro autistico o il solo disturbo autistico, con esclusione quindi, ad esempio, della sindrome di Rett, della sindrome di Asperger, del disturbo disintegrativo della fanciullezza e del NAS/atipico. È pertanto prevedibile, purtroppo, un caos assoluto, anche perché il Messaggio in questione vincola le Commissioni INPS, ma non quelle dell’ASL, cui è demandato il compito del primo accertamento sia dell’invalidità civile che dello stato di handicap, cui segue l’eventuale controllo, salvo il silenzio assenso, dell’INPS stesso».
«È tempo – conclude Speziale – di istituire un serio tavolo tecnico, che consideri la necessità di verificare le modalità oggi adottate dall’INPS, anche nell’attuazione del Decreto Ministeriale del 2 agosto 2007, che prevedeva addirittura una revisione a cadenza annuale del novero delle patologie da considerare esonerabili, ma soprattutto quella di una più ampia revisione del modello di accertamento dell’invalidità civile e dello stato di handicap, che si liberi da vincoli burocratici, come anche l’INPS stesso sta dimostrando, anche se con interventi non del tutto adeguati».

Nemmeno secondo Carlo Giacobini, responsabile del Servizio HandyLex.org e direttore editoriale del nostro giornale, si può certo parlare di “soluzione del problema”, anzi! «Innanzitutto – sottolinea a propria volta – c’era già il Decreto Ministeriale del 2 agosto 2007 a elencare le patologie non rivedibili, parlando, al punto 10, di “patologie mentali dell’età evolutiva e adulta con gravi deficit neuropsichici e della vita di relazione”. Inoltre, per quanto concerne la questione generale della rivedibilità, mancano le linee guida per la valutazione: in questo Messaggio, infatti, l’INPS parla di casi “lievi e borderline”, ma di fatto c’è discrezionalità».
Sempre sulla rivedibilità, restano invece quanto mai numerose, secondo Giacobini, le questioni irrisolte. «Ad esempio il fatto che per ottenere questo esonero è necessario che la persona con grave e stabilizzata patologia abbia anche un’indennità di accompagnamento o di comunicazione. Una condizione assurda, visto che, ad esempio, una persona amputata non ha né l’una né l’altra, ma non si capisce perché debba essere considerato rivedibile! E nemmeno molte persone con autismo hanno l’indennità: soprattutto i minori, che possono avere l’indennità di frequenza, non considerata dal Decreto ai fini dell’esonero».
Da ultimo, ma non ultimo, c’è un altro grosso problema in quel breve Messaggio dell’INPS, ovvero il limite dei 18 anni. «In realtà – sottolinea Giacobini – tutte le persone con patologie non rivedibili devono comunque sottoporsi a visita, al diciottesimo anno di età, per l’eventuale riconoscimento della pensione. Si tratta però di una visita “una tantum”, dopo la quale la patologia torna ad essere “non rivedibile”. Diverso, invece, sembra essere quanto previsto da questo Messaggio: al compimento del diciottesimo anno di età, infatti, sarebbe la rivedibilità stessa a venir meno, facendo sì che la persona adulta con autismo venisse nuovamente sottoposta all’obbligo della revisione periodica. Ebbene, se così fosse, non ci sarebbe alcuna razionalità nella norma. Anzi, ricordo che la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) sta chiedendo da anni che siaeliminato anche l’obbligo della visita al diciottesimo anno di età, che comporta gravi disagi per tante famiglie, trattandosi sempre di casi gravi». (S.B.)


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26giu/140

Bene quella Sentenza sulla scuola, ma con distinguo

di Salvatore Nocera*

25 giugno 2014 @ 19:02

Insegnante di sostegno con una piccola alunnaCon la Sentenza Breve n. 5913/14, depositata il 4 giugno scorso, il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio ha accolto il ricorso collettivo di numerose famiglie di alunni con disabilità, che avevano lamentato la mancata assegnazione del massimo delle ore di sostegno e di assistenza per l’autonomia e la comunicazione ai propri figli.
Il provvedimento ribadisce il prevalente orientamento giurisprudenziale, nel senso di assegnare il massimo delle ore di sostegno (una cattedra completa) e di quelle di assistenza per l’autonomia e la comunicazione (nella misura richiesta) agli alunni certificati con disabilità grave, come da articolo 3, comma 3 della Legge 104/92, la cui documentazione sanitaria e scolastica dimostri la necessità del rapporto di 1 a 1, sia per il sostegno che per l’assistenza.
Il TAR del Lazio, inoltre, distingue tra natura giuridica e compiti degli insegnanti per il sostegno e dell’assistenza per l’autonomia e la comunicazione, negando poi, in via di principio, che si debba assegnare il massimo delle ore senza la dovuta documentazione.
E ancora, viene pure negato – sempre in via di principio – che l’esito delle Sentenze debba automaticamente riguardare anche gli anni successivi.
Infine, niente risarcimento dei danni pecuniari se non documentato e compensazione delle spese [quando cioè tutte le spese processuali restano a carico delle parti, N.d.R.].

Come detto, questa Sentenza è nel solco di una consolidata giurisprudenza e anche per questo sembra assai strano che il TAR del Lazio abbia deciso nel senso della compensazione delle spese, in quanto il numero di decisioni favorevoli alle famiglie è ormai tale che il comportamento omissivo dell’Amministrazione Scolastica e dei Comuni sembrerebbe potersi addirittura inquadrare in quello di “lite temeraria [in giurisprudenza si parla di “lite temeraria” quando si agisce (o si resiste) in giudizio con malafede e colpa grave, ossia con consapevolezza del proprio torto o con intenti dilatori o defatiga tori, N.d.R.].

È invece assai interessante che sia stata rimarcata la differenza di ruoli tra sostegno e assistenza per l’autonomia e ancor più l’avere distinto tra assistenza per l’autonomia e la comunicazione come «supporto organizzativo all’inclusione scolastica» (articolo 139 del Decreto Legislativo 112/98) e «servizi sociali integrati», anch’essi a carico dei Comuni, cui però i cittadini possono accedere con una contribuzione economica graduata sulla base dell’ISEE [Indicatore della Situazione Economica Equivalente, N.d.R.].
La Sentenza chiarisce infatti che il «supporto organizzativo all’inclusione scolastica» è espressione del diritto allo studio, ai sensi dell’articolo 34 della Costituzione e, per gli alunni con disabilità, è strumento di uguaglianza e non discriminazione, garantita ai sensi dell’articolo 3, commi 1 e 2 della Costituzione stessa e degli articoli 3 e 24 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09.
Se ne deduce, pertanto, che tale servizio dev’essere fornito gratuitamente dagli Enti Locali – il Comune per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo, la Provincia per la scuola superiore -, poiché se dovesse essere pagato, sia pure sulla base dell’ISEE, si verrebbe a creare una discriminazione ai danni degli alunni con disabilità, censurabile ai sensi della Legge 67/06 [“Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni”, N.d.R.], in forza della quale le famiglie potrebbero chiedere non solo la cessazione della discriminazione, ma anche il risarcimento dei danni non patrimoniali.
A proposito poi di questi ultimi, lascia certamente perplessi anche la circostanza che il TAR del Lazio non abbia pronunciato la condanna al risarcimento di essi, per il ritardo nell’accoglienza delle richieste documentate del massimo delle ore di sostegno e di assistenza.
Infatti, anche qui c’è una giurisprudenza consolidata che si è ormai orientata a stabilire il risarcimento dei danni non patrimoniali, relativi alla sofferenza subita dall’alunno, per non avere avuto tutte le ore richieste e documentate, in misura di circa 1.000 euro per ogni mese di ritardo; nella fattispecie, essendo stata notificato il ricorso nel mese di marzo, il TAR avrebbe potuto tranquillamente condannare a risarcire il danno per gli ultimi due mesi di scuola, senza bisogno di provare l’esistenza di tale danno, trattandosi di lesione di un diritto costituzionalmente garantito (a meno che, naturalmente, non siano state proprio le famiglie a non richiedere questo risarcimento).

Infine, è il caso di richiamare l’attenzione sulla circostanza che la Sentenza nega l’automatismo di applicazione anche agli anni scolastici successivi.
Su questo punto, va osservato che la giurisprudenza è effettivamente ondivaga. L’orientamento prevalente sembrerebbe comunque indicare che le decisioni dovessero valere anche per gli anni successivi, quando ciò venga richiesto nel ricorso e dimostrando che non vi possono essere miglioramenti di tipo sanitario, tali da giustificare una riduzione del numero delle ore assegnate negli anni successivi alla Sentenza.
È quindi importante che all’atto del ricorso ciò venga evidenziato o che venga evidenziato nel Gruppo di Lavoro Handicap Operativo (GLHO), al momento del rinnovo della richiesta del sostegno tramite il PEI (Piano Educativo Individualizzato), per ciascuno degli anni successivi.

Già vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Responsabile del Settore Legale dell’Osservatorio Scolastico dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down). Il presente testo è l’ampio riadattamento di una scheda apparsa anche nel sito dell’AIPD.


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Pubblica Amministrazione: una tra le tante discriminazioni

di Giuseppe Arconzo*

10 giugno 2014 @ 18:36

Realizzazione grafica dedicata alla discriminazioneRealizzazione grafica dedicata alla discriminazione

Le veementi e, in alcuni casi, violente reazioni – facilmente consultabili sui social network e nelle sezioni dei quotidiani on line dedicate ai commenti dei lettori, nonché su alcuni forum giuridici – suscitate dall’Ordinanza Cautelare n. 2563 del 6 giugno scorso, con cui il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio (Sezione Prima Quater) ha disposto la sospensione di un concorso per 365 posti da Magistrato, in programma dal 24 al 26 giugno prossimi, esprimono bene come nel nostro Paese la cultura dell’inclusione sia ancora un obiettivo ben lontano dall’essere realizzato.

La decisione in commento è scaturita a seguito del ricorso avverso il mancato accoglimento da parte del Ministero della Giustizia di un’istanza promossa da una persona con disabilità e volta ad ottenere lo svolgimento in giorni non consecutivi delle prove scritte del concorso per magistrato ordinario. La necessità di dialisi, infatti, non consente alla persona in questione di poter affrontare le prove di concorso in tre giorni consecutivi. Il TAR del Lazio, con l’ordinanza citata, ha accolto il ricorso e sospeso il decreto di fissazione delle prove, proprio laddove dispone che esse debbano svolgersi in tre giorni consecutivi.
«Possono le ragioni di una sola persona contare di più di quelle degli altri 20.000 candidati?».Questo, in prima battuta, parrebbe l’interrogativo che pone la vicenda. E, vista così, si potrebbe anche essere tentati dal dare ragione a quanti – scandalizzati – ritengono che la decisione del TAR sia assolutamente irragionevole e iniqua, soprattutto se, oltre alle difficoltà connesse all’organizzazione del concorso, si considerano gli sforzi personali ed economici sostenuti da coloro che da molto tempo hanno concentrato le loro energie per affrontare uno studio davvero molto gravoso.
L’impressione, però, è che guardando alla vicenda con questa prospettiva si corra lo stesso rischio di colui che, anziché guardare la luna, si soffermi a rimirare il dito che la indica. L’organizzazione del concorso per l’accesso in Magistratura censurata dal TAR del Lazio è infatti solo uno dei tanti casi in cui la Pubblica Amministrazione omette completamente di dare attuazione ai diritti fondamentali delle persone con disabilità la cui realizzazione, come ha avuto modo di affermare più volte la Corte Costituzionale, dovrebbe invece costituire «interesse nazionale, stringente e infrazionabile» (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza406 del 199280 del 2010).
Sia sufficiente pensare alle tante inefficienze dei servizi di trasporto pubblico che impediscono alle persone con disabilità di usufruire dei mezzi di trasporto in condizioni di uguaglianza rispetto alle altre persone. O ai molti casi in cui bambini e ragazzi con disabilità non possono, per mancanza di fondi, usufruire degli insegnanti di sostegno a scuola. O, infine, alle lacune della legislazione italiana relative alle discriminazioni in materia di occupazione e condizioni di lavoro già sanzionate dagli organi europei (Cfr. Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Commissione Europea c. Repubblica Italiana, 4 luglio 2013, C-312/11).
Non deve essere dunque la decisione del TAR del Lazio – che ha semplicemente ricordato che nel nostro Paese il principio di uguaglianza sostanziale non può essere disatteso per motivi di ragioni organizzative – a suscitare scandalo. E a maggior ragione, se si considerano le fonti del diritto che regolano questa materia, forse poco conosciute.

Così vale la pena ricordare che la Legge n. 68 del 1999 [“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, N.d.R.] dispone testualmente, all’articolo 16, che «i disabili possono partecipare a tutti i concorsi per il pubblico impiego, da qualsiasi amministrazione pubblica siano banditi» e che «a tal fine i bandi di concorso prevedono speciali modalità di svolgimento delle prove di esame per consentire ai soggetti suddetti di concorrere in effettive condizioni di parità con gli altri».
Ancora, si può richiamare l’articolo 27 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità del 2006 (che il nostro Paese ha ratificato nel 2009, con la Legge Legge n. 18), secondo cui «Gli Stati Parti devono garantire e favorire l’esercizio del diritto al lavoro […] prendendo appropriate iniziative […] al fine di vietare la discriminazione fondata sulla disabilità per tutto ciò che concerne il lavoro in ogni forma di occupazione, in particolare per quanto riguarda le condizioni di reclutamento, assunzione e impiego».
E non dimenticando che, come già affermato dalla Corte Costituzionale, a tale Convenzione ha aderito anche l’Unione Europea (Decisione del Consiglio n. 2010/48/CE del 26 novembre 2009), e che essa dunque, nelle materie di competenza della stessa Unione Europea – come l’accesso al lavoro – «vincola l’ordinamento italiano con le caratteristiche proprie del diritto dell’Unione Europea».
A queste considerazioni occorre aggiungere che la Corte Costituzionale, nella già citata Sentenza 80/10, ha sottolineato come «i disabili non costituiscono un gruppo omogeneo. Vi sono, infatti, forme diverse di disabilità: alcune hanno carattere lieve ed altre gravi. Per ognuna di esse è necessario, pertanto, individuare meccanismi di rimozione degli ostacoli che tengano conto della tipologia di handicap da cui risulti essere affetta in concreto una persona».

Provando a tirare le somme rispetto a quanto fin qui osservato, se ne deduce che è compito della Pubblica Amministrazione individuare, anche per quanto concerne le modalità di svolgimento delle procedure concorsuali, soluzioni che possano consentire a tutti di accedere al mondo del lavoro in condizioni di parità con altre le altre persone.
Se tutto ciò è vero, quello di cui occorre dunque rammaricarsi è il disinteresse, che sfocia in evidenti discriminazioni, che troppo spesso lo Stato stesso dimostra nei confronti di alcuni dei suoi cittadini.
Occorre dunque censurare con forza l’atteggiamento, certamente non nobile, di uno Stato che obbliga i cittadini più svantaggiati a dover ricorrere al giudice – attività che, considerati i costi, non tutti possono permettersi e che, per le evidenti ripercussioni che ciò può psicologicamente comportare, non tutte le persone discriminate sono pronte ad affrontare – per ottenere la più lineare applicazione di disposizioni normative chiare e precise come poche altre.
Nel caso in questione, una decisione diversa da quella assunta avrebbe avuto come conseguenza quella di impedire a una persona di giocarsi le possibilità di accesso al mondo del lavoro in ragione delle sue condizioni di invalidità, così perpetuando l’odiosa discriminazione posta in essere dal Ministro della Giustizia.
Ben venga, dunque, un provvedimento come quello del TAR del Lazio, se ad esso conseguirà una maggiore attenzione da parte della Pubblica Amministrazione nei confronti dei diritti delle persone con disabilità e se esso aiuterà a raggiungere la consapevolezza – fatta propria dalla già citata Convenzione ONU del 2006 – che non sono le sole menomazioni fisiche a rendere una persona disabile, ma le barriere che la società continua a erigere.

Valutazioni ineccepibili, quelle proposte dal professor Arconzo, supportate da un solido apparato giurisprudenziale; il nostro giornale le condivide fino all’ultima virgola. E questo, purtroppo, non può che accrescere ulteriormente la nostra amarezza, nel registrare unanotizia dell’ultima ora – successiva al testo qui sopra pubblicato – riguardante il provvedimento con cui il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso del Ministero di Giustizia, «sbloccando – come si legge in una nota dell’ANSA – il concorso in programma per il 25, 26 e 27 giugno, sospeso dal TAR del Lazio su richiesta di un ragazzo disabile. La prova, quindi, si terrà regolarmente». E su quest’ultimo termine – regolarmente - non possiamo che dissentire con forza. (S.B.)

Delegato del Rettore dell’Università di Milano alle Disabilità e Handicap e ricercatore in Diritto Costituzionale nel medesimo Ateneo. Il presente testo è apparso in «Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti» e viene qui ripreso per gentile concessione, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, oltreché con una nostra postilla redazionale.


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