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Aixtud
29nov/130

Inclusione: un diritto acciaccato, ma non affievolito

di Salvatore Nocera*

28 novembre 2013 @ 18:28

Aula affollata di scuolaImpossibilitato a partecipare all’iniziativa in programma venerdì 29 novembre all’Istituto Comprensivo di Via G. Messina a Roma, intitolata “Disabilità a scuola: ancora un diritto?”,Salvatore Nocera, vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’handicap), affida alle nostre pagine il testo dell’intervento elaborato per l’occasione, che si caratterizza come una vera e propria “agenda completa” dell’attuale “stato dell’arte” dell’inclusione scolastica nel nostro Paese.

In questi ultimi anni l’attenzione della classe politica e della società sulle problematiche dell’inclusione scolastica in Italia è certamente scemata. Varie le cause, dalla presenza di Ministri più orientati alla meritocrazia (Letizia Moratti, Mariastella Gelmini), a una minore tensione morale e culturale nella società, da una maggiore rilevanza politica data all’ingresso nella scuola di studenti stranieri, sino alle forti riduzioni della spesa destinata alla scuola pubblica.
In generale, poi, si è creduto che con la copiosa legislazione inclusiva prodotta negli Anni Settanta, Ottanta e Novanta, il problema delle pari opportunità e del diritto allo studio degli alunni con disabilità fosse ormai definitivamente risolto. Non si è però tenuto conto di un aspetto assai importante, relativo a tutte le riforme e cioè che non basta varare delle leggiperché quelle riforme vengano realizzate; poi occorre infatti attuarle con atti amministrativi nelle singole realtà, le scuole, gli Enti Locali, le ASL, dove cioè si svolge in concreto la realizzazione dei diritti ed è necessario avviare delle buone prassi generalizzate di naturale attuazione delle norme, che così divengono vita quotidiana della società inclusiva.
E invece, nella quotidianità – sia delle Amministrazioni, che delle singole scuole e delle singole classi – non sempre, negli ultimi anni, la prassi inclusiva si è affermata in modo naturale. Certo, nella stragrande maggioranza dei casi, le norme sono state applicate, diventando buone prassi inclusive, testimoniate da numerosissimi convegni e incontri in tutta Italia, da seminari organizzati dalle singole scuole, da associazioni e organizzazioni di volontariato che fiancheggiano spesso gli sforzi delle istituzioni e delle famiglie. La stessa FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) ha raccolto dati significativi con il concorso Le chiavi di scuola, che ha premiato per alcuni anni le migliori esperienze di inclusione e al quale hanno partecipato numerose scuole di tutto il Paese.

Però, soprattutto nei tempi più recenti, si sono riscontrati fenomeni come l’affollamento delle classi, la riduzione del numero dei docenti, la contrazione nel numero degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione forniti dagli Enti Locali, la denuncia del taglio delle ore di sostegno, l’insufficiente formazione dei docenti curricolari sulle didattiche inclusive e la conseguente delega ai soli docenti per il sostegno dei progetti di inclusione, specie nelle scuole secondarie. Fatti, questi, che tutti insieme hanno certamente reso difficoltoso il processo inclusivo, dando anche la sensazione di un regresso sulla strada del consolidamento dei diritti.
Ragazzo con disabilità a scuolaMalgrado ciò – o forse proprio a causa di ciò – le famiglie e le associazioni hanno reagito sudue diversi livelli, il primo dei quali è stato quello dei ricorsi alla Magistratura.
Basti pensare, in tal senso, alle migliaia di ricorsi ai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), per ottenere il ripristino del numero di ore di sostegno, e poi, negli anni più recenti, anche del numero di ore degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione, nonché per il rispetto del tetto massimo di venti alunni per classe, fissato dall’articolo 5, comma 2 del Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) 81/09.
E non ci si è limitati solo ai TAR, ma si è spesso arrivati anche al Consiglio di Stato e addirittura alla Corte Costituzionale. Si pensi, ad esempio, alla fondamentale Sentenza 80/10della Consulta, che ha ribadito il diritto ad ottenere la cattedra intera di sostegno nei casi certificati di gravi disabilità, specie intellettive e sensoriali, chiarendo inoltre che il diritto all’inclusione scolastica non può essere affievolito per motivi di tagli alla spesa pubblica.

Una seconda direzione d’azione è stata quella di contrastare, per quanto possibile, lanormativa “controriformista” e, dove possibile, di migliorare le conquiste ottenute con la normativa inclusiva.
Qui si pensi, per il primo caso, alla già citata norma sul tetto massimo di alunni per classe, al ripristino dell’Osservatorio Ministeriale sull’Inclusione Scolastica, al DPR 122/09 sulla valutazione degli alunni – che chiarisce bene il ruolo e le finalità dell’inclusione scolastica -, fino alle Linee GuidaMinisteriali del 4 agosto 2009, che fanno il punto sullo stato della normativa inclusiva italiana, chiarendone gli àmbiti di intervento sia da parte degli Enti Locali che dentro le singole scuole, con la distinzione dei compiti dei dirigenti, dei docenti curricolari, di quelli per il sostegno, dei collaboratori scolastici e delle stesse famiglie.
Per il secondo caso, invece, quello riguardante il miglioramento delle conquiste ottenute, si pensi ad esempio all’ampliamento della normativa inclusiva, estesa – sia pure con diritti assai diversi – agli alunni con DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento, ovvero dislessia, disgrafia, discalculia, disortografia), tramite la Legge 170/10 prima, e le Linee Guida applicative della stessa, poi, prodotte il 12 luglio 2011 (Decreto Ministeriale n. 5669/11). O si pensi ancora alla Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 sui BES (Bisogni Educativi Speciali), alla Circolare che ne ha fissato l’applicazione (8/13) e alla recente Nota Ministeriale n. 2563/13 che ne ha chiarito alcuni passaggi fondamentali.
E da ultimo, ma non certo ultimo, va ricordato l’indubbio rilancio culturale e normativo dell’inclusione degli alunni con disabilità, coinciso con l’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ratificata dall’Italia con la Legge 18/09.Ragazzo in carrozzina studia al tavolo di una biblioteca

Al tempo stesso, però, si deve rilevare un’accentuazione della presa di coscienza dei dirittipiuttosto individualistica (il mio docente per il sostegno, il mio assistente educativo, la miasentenza ecc.), più che una visione corale della volontà di cambiare la società, come fu agli inizi, a partire dalla fine degli Anni Sessanta.
Un ritorno a quei valori, per altro, si ha in un Progetto di Legge della FISH per il rilancio della qualità dell’inclusione scolastica, molte delle cui proposte sono state recepite nellamozione finale del nono Convegno Nazionale La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, svoltosi a Rimini, dall’8 al 10 novembre scorsi, a cura del Centro Studi Erickson: dalla formazione iniziale dei futuri docenti sulle didattiche inclusive, alla formazione obbligatoria in servizio, specie dei docenti curricolari, che sono, assieme ai compagni, i veri protagonisti dell’inclusione; e ancora, maggiore collaborazione tra tutti i docenti e con gli Enti Locali, rispetto del tetto massimo di venti alunni per classe, maggiore continuità didattica non solo dei docenti per il sostegno.
In linea con tutto ciò marcia ad esempio la recente Legge 128/13, che abolendo all’articolo 15 (comma 3 bis) le aree disciplinari per il sostegno nelle scuole superiori, evita la delega ai docenti di sostegno, da parte di quelli curricolari, che dovranno quindi prendersi in carico il progetto inclusivo e formarsi per questo. L’articolo 16 (comma 1) della medesima norma, poi, ha introdotto il principio dell’aggiornamento obbligatorio in servizio di tutti i docenti sulle didattiche inclusive e non solo degli alunni con disabilità, ma anche di quelli con altri Bisogni Educativi Speciali.
Anche per questi motivi, quindi, pur non sottovalutando i rischi attuali per la qualità dell’inclusione, possiamo dire che tale diritto sia molto acciaccato, ma non ancora affievolito, specie se le nuove generazioni di studenti e docenti riacquisteranno la cultura corale della trasformazione della scuola, grazie proprio alla presenza attiva di alunni con difficoltà, che stimolano a far crescere tutti nella ricerca e nella prassi quotidiana.

Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).


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28nov/130

Un po’ di serenita’ in piu’ sui Bisogni Educativi Speciali

a cura di Salvatore Nocera*

26 novembre 2013 @ 11:37

Giovane studente in carrozzina, insieme a giovane donna con una stampellaCon la recente Nota n. 2563, prodotta il 22 novembre scorso, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ha fornito una serie di ulteriori chiarimenti relativi alla normativa sui Bisogni Educativi Speciali (BES), fissata dalla Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e dalla successiva Circolare 8/13 del 6 marzo di quest’anno, che tanto hanno fatto discutere nei mesi scorsi.
Vediamo dunque quali sono i  punti più interessanti di questa nuova Nota Ministeriale.

PDP (Progetto Didattico Personalizzato)
Molti sindacati e docenti avevano avanzato forti critiche al proliferare di PDP (Progetti Didattici Personalizzati), ciò che a loro avviso era stato indotto proprio dalla recente normativa. In tal senso, il Ministero fornisce chiarimenti e rassicurazioni in proposito, così come segue:
«In ultima analisi, al di là delle distinzioni sopra esposte, nel caso di difficoltà non meglio specificate, soltanto qualora nell’ambito del Consiglio di classe (nelle scuole secondarie) o del team docenti (nelle scuole primarie) si concordi di valutare l’efficacia di strumenti specifici questo potrà comportare l’adozione e quindi la compilazione di un Piano Didattico Personalizzato, con eventuali strumenti compensativi e/o misure dispensative. Non è compito della scuola certificare gli alunni con bisogni educativi speciali, ma individuare quelli per i quali è opportuna e necessaria l’adozione di particolari strategie didattiche».
Solo nei casi, quindi, in cui si ritenga di consentire strumenti dispensativi e compensativi, ha senso formulare un PDP e la Nota del 22 novembre è ancora più esplicita nel lasciare la massima autonomia di giudizio ai docenti di fronte a diagnosi che non portino a certificazioni di disabilità e DSA (disturbi specifici dell’apprendimento): «Si ribadisce che, anche in presenza di richieste dei genitori accompagnate da diagnosi che però non hanno dato diritto alla certificazione di disabilità o di DSA, il Consiglio di classe è autonomo nel decidere se formulare o non formulare un Piano Didattico Personalizzato, avendo cura di verbalizzare le motivazioni della decisione».

Alunni di cittadinanza non italiana
Anche nei confronti di questi alunni si era lamentato il rischio di un eccesso di PDP. Qui la Nota Ministeriale n. 2563 ulteriormente chiarisce che «[…] In particolare, per quanto concerne gli alunni con cittadinanza non italiana, è stato già chiarito nella C.M. n° 8/2013 che essi necessitano anzitutto di interventi didattici relativi all’apprendimento della lingua e solo in via eccezionale della formalizzazione tramite un Piano Didattico Personalizzato. Si tratta soprattutto – ma non solo – di quegli alunni neo arrivati in Italia, ultratredicenni, provenienti da Paesi di lingua non latina (stimati nel numero di circa 5.000, a fronte di oltre 750.000 alunni di cittadinanza non italiana) ovvero ove siano chiamate in causa altre problematiche. Non deve tuttavia costituire elemento discriminante (o addirittura discriminatorio) la provenienza da altro Paese e la mancanza della cittadinanza italiana. Come detto, tali interventi dovrebbero avere comunque natura transitoria».

PAI (Piano Annuale per l’Inclusività)
Anche questo punto era stato ritenuto da molti come un inutile aggravio burocratico. Il Ministero ora precisa che «[…] II Piano annuale per l’inclusività deve essere inteso come un momento di riflessione di tutta la comunità educante per realizzare la cultura dell’inclusione, lo sfondo ed il fondamento sul quale sviluppare una didattica attenta ai bisogni di ciascuno nel realizzare gli obiettivi comuni, non dunque come un ulteriore adempimento burocratico, ma quale integrazione del Piano dell’Offerta Formativa, di cui è parte sostanziale (nota prot. N° 1551 del 27 giugno 2013). Scopo del piano è anche quello di far emergere criticità e punti di forza, rilevando le tipologie dei diversi bisogni educativi speciali e le risorse impiegabili, l’insieme delle difficoltà e dei disturbi riscontrati, dando consapevolezza alla comunità scolastica – in forma di quadro sintetico – di quanto sia consistente e variegato lo spettro delle criticità all’interno della scuola. Tale rilevazione sarà utile per orientare l’azione dell’Amministrazione a favore delle scuole che presentino particolari situazioni di complessità e difficoltà».
Ciò, per altro, ribadisce quanto emergeva con chiarezza già dalla precedente normativa, e cioè che il POF (Piano dell’Offerta Formativa) deve avere come sua caratteristica la logica inclusiva verso gli alunni più deboli e che l’attenzione dell’Amministrazione Scolastica deve rivolgersi alle scuole maggiormente in difficoltà, per sostenerle in questo delicatissimo compito.

GLI (Gruppo di Lavoro per l’Inclusività)
Molte critiche si erano poi appuntate sull’ampliamento delle funzioni e della composizione del GLI (Gruppo di Lavoro per l’Inclusività), che adesso dovrà occuparsi, oltre che della disabilità, pure degli altri casi di BES.
Su tale punto il Ministero chiarisce che «in relazione ai compiti del Gruppo di Lavoro per l’Inclusività, che assume, secondo quanto indicato nella C.M. n° 8/2013, funzioni di raccordo di tutte le risorse specifiche e di coordinamento presenti nella scuola, si rammenta il rispetto delle norme che tutelano la privacy nei confronti di tutti gli alunni con bisogni educativi speciali. In particolare, si precisa che nulla è innovato per quanto concerne il Gruppo di lavoro previsto all’art. 12, co. 5 della Legge 104/92 (GLH Operativo), in quanto lo stesso riguarda il singolo alunno con certificazione di disabilità ai fini dell’integrazione scolastica. A livello di Istituto, si precisa inoltre che le riunioni del Gruppo di lavoro per l’inclusività possono tenersi anche per articolazioni funzionali ossia per gruppi convocati su tematiche specifiche».
Riteniamo che soprattutto questo chiarimento finale sia particolarmente importante, prevedendo che il GLI possa riunirsi anche per Sezionidistinte, a seconda che si tratti, ad esempio, di alunni con disabilità – quando cioè dovranno intervenire tutti i soggetti già previsti dalla normativa – oppure di alunni con DSA o altri BES, in cui non necessita la presenza né degli operatori sanitari né degli insegnanti per il sostegno.

Precisazioni sui GLIP (Gruppi di Lavoro per l’Inclusione Scolastica degli Alunni con Disabilità Provinciali)
Infine, erano rimasti dei coni d’ombra sui rapporti tra i nuovi organismi (CTS-Centri Territoriali di Supporto, CTI-Centri Territoriali per l’Inclusione) e quelli vecchi, come i GLIP (Gruppi di Lavoro per l’Inclusione Scolastica degli Alunni con Disabilità Provinciali), che alcuni ritenevano addirittura abrogati, anche per la mancata nomina di ispettori come loro coordinatori e data anche la loro progressiva riduzione numerica.
A tal proposito il Ministero precisa che « nulla è innovato per quanto riguarda i Gruppi di lavoro interistituzionali (GLIP), i cui compiti e la cui composizione sono previsti da una norma primaria (art. 15 Legge 104/92). Con successiva nota – nell’ottica dell’ottimizzazione e della funzionalità delle specifiche competenze – saranno ulteriormente definiti i compiti dei CTS e dei CTI, fermo restando quanto disposto nel D.M. del 12 luglio 2011 [Decreto Ministeriale n. 5669/11, N.d.R.] e nelle Linee guida per il diritto alla studio di alunni e studenti con DSA».

Questa Nota Ministeriale, in conclusione, ci sembra rivestire una notevole importanza per riportare un po’ di serenità nelle scuole. Essa sottolinea infatti la prevalenza delle valutazioni pedagogiche da parte dei docenti, nell’individuare casi di svantaggio e disagio, rispetto al rischio di deriva sanitaria in campi ad essa sostanzialmente estranei. Inoltre, vi si ribadisce fortemente il rispetto dell’autonomia scolastica, della quale da più parti si denunciava il soffocamento da parte di un supposto centralismo ministeriale.
Si ritiene quindi che con questi ulteriori chiarimenti la sperimentazione della normativa sui BES, prevista per il corrente anno, possa dare i suoi frutti, con vantaggio sia per la serenità degli alunni che la professionalità dei docenti.

Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).


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28nov/130

A proposito di quell’Ordinanza sul sostegno

di Daniele Brogi

26 novembre 2013 @ 17:15

Classe scolasticaQuale genitore promotore del ricorso che ha portato all’Ordinanza prodotta il 6 settembre scorso dal Tribunale Civile di Vigevano (Pavia), provvedimento citato nell’articolo di Salvatore Nocera, pubblicato da «Superando.it», con il titolo di Anche le scuole paritarie devono garantire il sostegno, vorrei approfondire alcuni aspetti con l’Autore dello stesso, al quale innanzitutto confermo che la stesura dei PEI [Piano Educativo Individualizzato, N.d.R.] è stata redatta in totale sinergia con tutte le parti interessate, aspetto, questo, che ha permesso di produrre un Piano coerente con le effettive esigenze della bimba coinvolta.
Aggiungo inoltre che nello svolgimento dei GLH Operativi, si è ritenuto corretto – al fine del rispetto della Legge 296/06 (articolo 1, comma 605, lettera b, ove si parla di «effettive esigenze rilevate» dell’alunno con disabilità) – attuare la presa in carico del Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione , fissato dal Decreto Legislativo 297/94, il quale identifica l’insegnante di sostegno come «di supporto alla classe». Ciò però mi porta a non comprendere la sua affermazione, quando scrive che «con motivazioni come quelle necessariamente espresse dal Tribunale di Vigevano, si contribuisce ad affossare la cultura dell’inclusione scolastica che dev’essere prioritariamente realizzata dai docenti curricolari, “sostenuti” (ma non sostituiti) dai docenti specializzati». Nell’ottica del Decreto Legislativo appena citato, infatti, appare coerente anche la discriminazione attuata tramite la riduzione delle ore di sostegno, come sostenuto dal Giudice, in quanto è ormai conclamata la cultura che reputa obsoleti solo gli investimenti a supporto dei soggetti con disabilità.

Vorrei poi rispondere alle sue perplessità «sull’opportunità di utilizzare la Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni) per ottenere più ore di sostegno, rispetto all’ormai consolidata giurisprudenza dei ricorsi ai TAR (Tribunali Amministrativi Regionali)», facendo presente che – come dichiarato a suo tempo anche dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), su queste stesse pagine, le spese necessarie a intraprendere un ricorso tramite il TAR ammontano a 4.000 euro, mentre tramite il Tribunale Civile è bastato un investimento di poche centinaia di euro al fine di vedere riconosciuti i diritti della bimba. Immagino, dunque, che di fronte a simili discrepanze economiche, non sia difficile cogliere le sostanziali differenze.

Confermo ancora che tale Ordinanza, oltre ad essere la prima ad esprimersi a carico di un Istituto Paritario, è anche la prima intrapresa nellaProvincia di Pavia la quale, malgrado sia stata oggetto di approfondite e documentate segnalazioni in materia di omissione dei principali parametri di integrazione scolastica, come denunciato anche su queste pagine da chi scrive, non ha mai avuto l’attenzione da parte di qualsivoglia ente associativo che si occupa di tutela dei diritti dei disabili.

Concludo confessando di essere stanco delle teorie riferite al consueto «prestigioso convegno internazionale», citato dal dottor Nocera [“La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale”, Rimini, 8-10 novembre 2013, N.d.R.], in quanto all’atto pratico e per l’ennesima volta è accaduto che a dei cittadini sia stato negato il fondamentale principio della Costituzione inerente l’uguaglianza di fronte alla legge.


Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

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