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agosto « 2013 « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
29ago/130

Sostegno: la strada dei ricorsi per discriminazione

28 agosto 2013 @ 13:09

Classe scolastica

Vale certamente la pena tornare all’importante Ordinanza prodotta il 6 luglio scorso dalTribunale Civile di Milano – di cui il nostro giornale aveva già dato ampia notizia – a seguito di un ricorso collettivo per discriminazione promosso dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) di Milano, in seguito al quale l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia e il Ministero sono stati condannati ad assegnare un numero di ore di sostegno che erano state decurtate a causa dei tagli alla spesa pubblica.
In sostanza, il Tribunale ha ribadito il principio secondo il quale assegnare ore di sostegno in numero inferiore a quelle motivatamente richieste dalle scuole, secondo i PEI (Piani Educativi Individualizzati) dei singoli alunni, costituisce atto discriminatorio, consolidando in tal modo un orientamento avviato per la prima volta in Italia in precedenza dagli avvocati della stessa LEDHA sin dal 2011.
Il Tribunale ha ribadito inoltre il principio espresso dalla Sentenza 80/10 della Corte Costituzionale, secondo cui il diritto all’inclusione scolastica costituzionalmente garantito non può essere affievolito da esigenze di bilancio. «Il giudice – aggiunge l’avvocato Livio Neri, per conto della LEDHA – , oltre a sanzionare il comportamento del Ministero, per evitare possibili ripetizioni delle condotte discriminatorie accertate, ha ordinato che per il prossimo anno scolastico l’Amministrazione fornisca tutte le ore che verranno indicate nel Piano Educativo Individualizzato per gli alunni che hanno promosso l’azione». Si tratta di quello che, in diritto antidiscriminatorio, viene chiamato “Piano di Rimozione”, ovvero una misura per evitare nel futuro il reiterarsi della discriminazione accertata.

Ebbene, questa decisione collettiva del Tribunale di Milano consolida ulteriormente una seconda strada da percorrere, oltre a quella del ricorso ai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), per ottenere il rispetto del numero delle ore di sostegno secondo le effettive esigenze dei singoli alunni di cui alla Legge 296/06 (articolo 1, comma 605, lettera b).
Un tale orientamento rigorista potrebbe attenuarsi solo se e solo quando il Ministero sarà in condizione di dimostrare con i fatti che la presa in carico del progetto di inclusione scolastica avviene da parte di tutti i docenti curricolari appositamente formati durante gli studi universitari e obbligatoriamente in servizio, “sostenuti” in ciò dai colleghi specializzati per il sostegno didattico. Fino a quando però il Ministero non si adopererà in tal senso, siamo certi che continuerà ad essere condannato, non solo dai TAR, ma anche dai Tribunali Civili per discriminazione, come è accaduto a Milano. (Salvatore Nocera)


Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

URL di questo articolo: http://www.superando.it/2013/08/28/sostegno-la-strada-dei-ricorsi-per-discriminazione/

28ago/130

Quella persona cieca ha avuto un bel posto con vista mare!

27 agosto 2013 @ 16:42

Kedrit Shalari con il suo cane guida VeraKedrit Shalari con il suo cane guida Vera

Scegliamo una chiave un po’ più “dura” oppure ne preferiamo una decisamente più grottesca, per raccontare l’ennesima storia di discriminazione nei confronti di una persona con disabilità, in questo caso visiva? Non c’è che l’imbarazzo della scelta, almeno secondo quanto riportato da alcune testate che si sono occupate della vicenda, ma come sempre lasceremo giudicare ai Lettori.

Kedrit Shalari è una giovane studentessa albanese, non vedente, che vive in Italia da circa dieci anni e che qualche giorno fa stava tornando nel nostro Paese, con il traghetto Voyager European della Compagnia European Ferries, che collega Valona a Brindisi. Insieme a lei l’inseparabile e insostituibile cane guida Vera, non del tutto “gradita”, però, a due persone dello staff di bordo, al punto da indurre Kedrit, non appena giunta in Puglia, a sporgere denuncia presso la Stazione dei Carabinieri di Racale (Lecce).
Infatti, secondo quanto riferisce la testata «Leggo.it», nel negare a Kedrit l’accesso all’interno dell’imbarcazione, «gli operatori – come lei stessa racconta – si rifiutavano di leggere la documentazione del cane, che attesta la possibilità di accesso a ogni luogo ed esercizio pubblico dei cani guida, anche laddove ai cani è vietato l’ingresso. Lo staff, quindi, ha minacciato di espellermi dal traghetto, se non mi fossi spostata da tale area, buttandomi a mare insieme al mio cane guida… Mi hanno intimato, poi, di viaggiare sul ponte, all’aperto, per un viaggio di durata di 5 ore e mezzo. Ma il ponte di un traghetto è adibito a zona fumatori, e non al trasporto viaggiatori». Nonostante un’esplicita richiesta, infine, nessun colloquio è stato consentito con il capitano del traghetto.

Vale ora certamente la pena riprendere quasi integralmente le dichiarazioni prodotte da Panagis Valentis, comandante del traghetto, così come le riporta la testata «Giornalettismo». Dopo infatti avere porto (e ci mancherebbe!) «il nostro più sentito rammarico alla signora Kedrit Shalari, a nome della compagnia e dell’intero corpo dell’equipaggio, per avere appreso che durante il viaggio da Valona per Brindisi, abbia avuto l’impressione di essere stata maltrattata e discriminata», il Comandante, pur senza far riferimento alla pesante espressione che sarebbe stata rivolta alla giovane («Buttiamo a mare te e il tuo cane», lo ricordiamo), parla di «un’indagine tutt’ora in corso, dalla quale si evince che il comandante di bordo si è subito informato delle condizioni della donna e ha disposto che un marinaio la accompagnasse usufruendo dell’ascensore che già di per sé dispone di quanto necessario per il corretto utilizzo di persone non vedenti».
Questo fatto, ovvero l’assegnazione di un marittimo dedicato, secondo Valentis, «è stato probabilmente frainteso come lesivo e discriminatorio della propria persona, ma è prescritto da normative comunitarie». Motivi di sicurezza, quindi, come quelli sin troppo spesso invocati dalle compagnie aeree, per creare ostacoli e problemi alle persone con disabilità.
«Nel momento in cui la signora Shalari manifestava l’intento di recarsi una seconda volta presso il vano ristorante – prosegue il Comandante -, l’ufficiale di sicurezza, avendo ricevuto già da diversi passeggeri, tra i quali molti bambini e persone anziane, segnalazione del cane sprovvisto di museruola, evidenziavano [sic] l’impossibilità di fare accedere il cane al locale ristorante segnalando in alternativa di ricoverare il cane presso l’apposito canile della nave o rimanere seduta mentre il personale di bordo si sarebbe premurato di recarle quanto da lei desiderato».

Ed ecco la “scivolata nel grottesco”. Quale sistemazione, secondo Valentis, sarebbe stata assegnata a Kedrit dal «marittimo a lei dedicato»? Ma naturalmente «un confortevole posto presso uno dei tavoli con salottini con vista mare nel corridoio sul Deck 6, adiacente alla reception»…
Come commentare, a questo punto, le parole di chi si difende da un’accusa di discriminazione sostenendo di avere assegnato a una persona cieca un posto «con vista mare»?…
Di fronte perciò a chi invoca «normative comunitarie», preferiamo semplicemente ricordare una Legge italiana, in vigore da quasi quarant’anni, che sin troppo spesso siamo costretti a citare su queste pagine. Si tratta della Legge 37/74 (modificata dalla Legge 60/06 e successive variazioni), chegarantisce l’accesso dei cani guida ovunque, in quanto inseparabili ausili per la persona non vedente. Altro che «ricoverare il cane presso l’apposito canile della nave»… (S.B.)

Ringraziamo Gabry Filistrucchi per la segnalazione.


Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

URL di questo articolo: http://www.superando.it/2013/08/27/quella-persona-cieca-ha-avuto-un-bel-posto-con-vista-mare/

19ago/130

“IN INGHILTERRA IL GIUDICE ORDINA LA STERILIZZAZIONE DI UN DISABILE”

articolo tratto da www.personaedanno.it

Sarà sterilizzato perché è nel suo interesse, perché non può concepire l’utilità dei metodi contraccettivi e perché un altro figlio gli potrebbe causare ulteriori traumi psichici. È quanto stabilito dalla sentenza del giudice della Court of Protection Eleanor King in merito al futuro di un uomo di 36 anni con difficoltà di apprendimento.

Una sentenza che non mancherà di far discutere, visto che è la prima volta che viene emesso un ordine di intervento di vasectomia da un tribunale britannico. Non si tratta di un caso di pedofilia e non vi è nemmeno un pericolo per la comunità, bensì la sterilizzazione è stata disposta nel best interest (miglior interesse) dell’uomo e delle famiglie: la sua e quella della sua fidanzata, anch’essa disabile e da cui aveva già avuto un figlio nel 2010.

Già dalla prima nascita le due famiglie erano uscite sconvolte. Da quel momento i genitori del giovane avevano chiesto ai giudici il permesso alla sterilizzazione del proprio figlio.

Quel che è certo è che il giovane, nonostante i numerosi tentativi, non sia stato in grado di capire l’utilità dei metodi contraccettivi. Ma a far propendere il giudice King alla vasectomia è stata proprio aver ascoltato la volontà del giovane di non voler diventare padre di nuovo. Alcuni esperti hanno sancito che il ragazzo sia in grado di aver relazioni sessuali volontarie.

Si deve tener conto che in un caso analogo del 1999, la Corte respinse la richiesta di sterilizzare il portatore di handicap.

Qualche breve notazione a margine.

La sterilizzazione di un disabile, che non presenti altre patologie oltre a quelle connesse con il suo handicap, anziché avere una motivazione terapeutica (o come nel caso di specie profilattica), va piuttosto ricondotta a giustificazioni utilitaristiche volte a realizzare consistenti risparmi in termini di assistenza ai disabili e più in generale sui soggetti su cui graverebbe tale onere (ovvero le famiglie).

In tal modo si ottiene un doppio effetto perverso: da un lato si incide in modo irreversibile sulla persona e su aspetti (quelli attinenti alla sessualità ed affettività) che costruiscono l’identità di ognuno, correndo il rischio di creare squilibri in un soggetto già sofferente; dall’altro, in tal modo si avalla una forma di disimpegno da parte delle famiglie e delle istituzioni dall’onere/dovere di cura nei confronti di queste persone.

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