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luglio « 2013 « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
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No, Ministro, questi scivoloni sono inaccettabili!

8 luglio 2013 @ 16:29

Fabrizio SaccomanniFabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia e delle Finanze

Maria Cecilia Guerra, viceministro alle Politiche Sociali, durante la conferenza stampa promossa qualche giorno fa dalla Rete Cresce il welfare, cresce l’Italia [se ne legga anche nel nostro giornale, N.d.R.], aveva, fra le altre dichiarazioni, affermato l’importanza della ricerca e dell’analisi dei fenomeni sociali per aumentare la conoscenza e, soprattutto, per rimuovere i luoghi comuni sbagliati che condizionano negativamente le scelte politiche. Luoghi comuni che diventano ancora più odiosi, quando si tratta di garanzia dei diritti umani. Ma dopo nemmeno ventiquattr’ore, il suo autorevole collega, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Fabrizio Saccomanni, scivola maldestramente proprio su uno dei luoghi comuni che ci si augurava non appartenessero al Governo Letta.
Mentre infatti nel 2010 un suo predecessore, Giulio Tremonti, aveva senza mezzi termini dichiarato che quella per gli invalidi era «una spesa improduttiva e insostenibile per il nostro Paese», ora Saccomanni, più prosaicamente, definisce l’Italia «il Paese dei falsi invalidi e dei falsi ciechi».

Ebbene, forse il Ministro si ferma alle cronache giornalistiche che, con grande enfasi, riportano casi di indagini della Guardia di Finanza e della Polizia, ma, volutamente, ignora altri dati di fatto che potrebbero interessare molto di più il suo Dicastero. Quali che siano infatti le motivazioni di esse, tali dichiarazioni contribuiscono a uno stigma negativo e lesivo delle persone con disabilità.
Forse il Ministro non ha ricevuto informative adeguate: i verbali (tutti) di invalidità o di handicap vengono emessi da una Commissione composta da sei medici. Gli stessi verbali vengono poi verificati e controllati da una seconda Commissione dell’INPS, prima di essere convalidati. L’unico caso in cui la Pubblica Amministrazione controlli se stessa due volte, prima di rilasciare un atto di certificazione. Spesso, poi, la stessa persona viene rivista e controllata nel tempo, anche se è affetta da una menomazione cronica o permanente. Il Ministro dovrebbe quindi preoccuparsi di questo spreco, invece di lasciarsi andare a facili luoghi comuni.
Negli ultimi cinque anni, va ricordato, il suo Ministero è stato l’ispiratore di controlli a tappeto, dai costi elevatissimi e dagli esiti risibili (appena il 10% delle revoche, prima che gli interessati facessero ricorso e vincessero le cause nella metà dei casi). Pensi quindi – il Ministro e non solo – ai costi spaventosi per i controlli straordinari sulle invalidità (800.000 controlli dal 2009 al 2011, altri 450.000 nei prossimi tre anni). E pensi che – solo per pagare medici esterni all’INPS – la spesa INPS è passata da 9 milioni di euro nel 2010 a 25 milioni nel 2011, senza dimenticare mai che questa è solo una parte minima della spesa complessiva: un milione e 250.000 lettere di convocazione, le spese amministrative, i medici dipendenti coinvolti, i costi dell’assistenza dei CAAF e i successivi ricorsi…
Pensi poi, il Ministro, all’elefantiaca lentezza amministrativa per la quale il sistema, costoso e farraginoso, si distingue: fra la presentazione della domanda di accertamento e l’erogazione delle provvidenze economiche, trascorrono in media 278 giorni per l’invalidità civile, 325 giorni per la cecità civile e 344 giorni per la sordità.
Consulti infine, il Ministro, non già le pagine di cronaca locale, ma le Deliberazioni della Corte dei Conti, che ben evidenziano queste storture e questi sprechi. Forse, oltre che allontanarsi da luoghi comuni infruttuosi, coglierà qualche idea di spending review, oltre che di semplificazione amministrativa. Sicuramente eviterà di confermare uno stigma di cui le persone con disabilità possono certamente fare a meno. (Ufficio Stampa FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)


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9lug/130

Si nega la libera scelta del dispositivo medico piu’ idoneo

8 luglio 2013 @ 18:31

dito-puntato-1Non è certo la prima volta, purtroppo, che organizzazioni come la FINCOPP (Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico), l’AISTOM (Associazione Italiana Stomizzati) e l’AIMAR (Associazione Italiana Malformazioni Anorettali) – supportate da Federazioni come la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), la FAVO (Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e la FAIP (Federazione Associazioni Italiane Paratetraplegici) – sono costrette a intraprendere dure azioni nei confronti degli Enti Pubblici, per far rispettare la qualità di vita – e la vita stessa – delle persone che ad esse fanno riferimento.
Nella fattispecie, poi, delle battaglie per una corretta fornitura di dispositivi medici, quali i cateteri, le sacche e le placche per stomia, anche il nostro giornale, nel corso degli anni, ha riferito via via delle azioni attuate ad esempio nei confronti delle Regioni Calabria, Lazio e Campania.

Particolarmente dura, in questi giorni, è l’iniziativa intrapresa in Emilia Romagna – al momento nei confronti delle ASL di Bologna eModena – con la richiesta di intervento alle rispettive Procure della Repubblica. L’accusa infatti che si legge in un messaggio inviato a tutti i referenti istituzionali, sanitari e giudiziari coinvolti, da parte del presidente della FINCOPP Francesco Diomede – messaggio condiviso anche da Giuseppe Dodi Dalia Aminoff, presidenti di AISTOM e AIMAR – è quella di «violare gli articoli 32 (Diritto alla salute e libera scelta) e 118 (Diritto di Cittadinanza) della Costituzione [in quest’ultimo caso per la mancata consultazione delle persone coinvolte e delle Associazioni che le rappresentano, N.d.R.], in una logica tesa soltanto al minor prezzo, ovvero al monopolio protesico».
E si parla anche di violazione dell’articolo 26 della Legge 833/78, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, ove si scrive che «le prestazioni sanitarie dirette al recupero funzionale e sociale dei soggetti affetti da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali, dipendenti da qualunque causa, sono erogate dalle unità sanitarie locali attraverso i propri servizi», ove, scrive Diomede, «si prevede la riabilitazione anche delle persone incontinenti e l’apertura di “Centri Riabilitativi ad hoc”, i quali, esattamente come per altre disabilità, devono avere la funzione di riabilitare e reinserire le persone nella società civile e nel mondo del lavoro, non di farle stare peggio e non poter più uscire di casa».

In pratica l’accusa rivolta dalle Associazioni – secondo le quali la questione potrebbe allargarsi all’intera Regione Emilia Romagna -, è quella di voler dirottare la consegna dei dispositivi medici tramite un’Agenzia Regionale (Intercenter), «in regime di monopolio, con pesanti pressioni sul personale medico e infermieristico, effettuate in particolare su infermiere professionali stomaterapiste».
«L’utilizzo di un dispositivo medico rispetto ad un altro – scrive dunque il Presidente della FINCOPP – non è dettato da un capriccio del paziente, ma dalla vitale necessità di contribuire a migliorare la qualità e quantità di vita, evitando allergie, dermatiti, ulcere cutanee e piaghe da decubito, che riducono la possibilità di lavorare e di svolgere qualunque attività e socializzazione». E non va dimenticato che «le attuali decisioni comportano e comporteranno ingenti costi indiretti alle ASL e al Servizio Sanitario Regionale, dovuti a ricoveri con giornate di assenza dal lavoro, all’utilizzo di antibiotici, detergenti, creme, letti antidecubito, consumo di cotone, garze e materiali vari». «Se proprio la Regione Emilia Romagna vuole risparmiare risorse economiche – prosegue Diomede – perché non azzerare completamente proprio l’Agenzia Intercenter, che ha costi esorbitanti per la cittadinanza, con risultati mediocri, spesso figli di una mala gestione?».

È in ogni caso sulla questione della libera scelta del dispositivo medico più idoneo per il paziente che ruota la denuncia delle Associazioni, un principio sancito sia dalla citata Legge 833/78, che dal Decreto Ministeriale 332/99, ultimo aggiornamento del Nomenclatore Tariffario delle Protesi e degli Ausili, in piena sintonia con la Costituzione. Cita in particolare, Diomede, l’articolo 1, comma 5 del Decreto del ’99, ove si stabilisce, in sostanza, che «qualora l’assistito scelga un tipo o un modello di dispositivo non incluso nel Nomenclatore, egli può ottenere dall’AUSL il rimborso dell’ausilio scelto liberamente». E a tal proposito, sin troppe volte le Associazioni «hanno evidenziato ai Dirigenti del Ministero della Salute che i dispositivi medici contenitivi sono prodotti definibili come “salvavita”, poiché sempre a contatto diretto con l’epidermide e che pertanto non possono e non devono essere paragonati ai farmaci».
«Comprendiamo perfettamente – scrive il Presidente della FINCOPP – che in sanità bisogna risparmiare, ma risparmiare sui cateteri, le sacche e le placche stomia, èfuorviante ed economicamente “falso”. Il catetere, ad esempio, è sempre e comunque un corpo estraneo che entra nell’organismo umano e un buon catetere serve ad evitare l’assunzione di antibiotici con gravi ripercussioni e ingenti costi al Servizio Sanitario Regionale e ai datori di lavoro, oltre al danno economico per la collettività. Concedere quindi la libera scelta significa assicurare una qualità di vita dignitosa e una maggiore libertà di spostamento alle persone con disabilità, come previsto dalla stessa Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità».

La conclusione, pertanto, a cui si giunge, chiedendo, come detto, l’apertura di un’inchiesta alle Procure della Repubblica competenti, per accertare eventuali responsabilità civili e penali, è che ci si trovi di fronte a un vero e proprio «attentato alla salute pubblica», oltreché «a un grave atto discriminatorio». Seguiremo naturalmente come sempre gli sviluppi della delicata questione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: presidenza@finco.org.


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8lug/130

Il “gioco dell’oca” dell’INPS

di Franco Bomprezzi*

1 luglio 2013 @ 15:46

Versione ottocentesca del Gioco dell'OcaUna versione ottocentesca del Gioco dell’Oca

A volte l’INPS “aggrava” l’invalidità delle persone, ma non nel senso che si può più facilmente immaginare: nessun aumento, cioè, di spesa sociale per pensioni di invalidità o indennità di accompagnamento. Quella che viene aggravata è proprio l’invalidità dei cittadini che devono intraprendere l’iter per la certificazione e si trovano a percorrere una strada tortuosa, spesso un vero “gioco dell’oca”, tra ritardi, convocazioni doppie, sospensioni delle prestazioni, sorprese e imprevisti.
Lo avevamo già scritto pochi giorni fa, sempre su queste pagine, commentando le cifre fornite dalla FISH, la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e lo confermiamo ora scorrendo le tabelle dell’assai documentata indagine realizzata sulla materia da Cittadinanzattiva.

Mi sembra interessante notare come la situazione sia particolarmente critica per un ben preciso segmento di persone: i malati oncologici e le persone affette da malattie rare. Non dunque, chiaramente, dei “falsi invalidi”, ma cittadini (e parenti) alle prese con un’emergenza imprevedibile (un tumore) o con la certezza di una guarigione impossibile (malattie rare croniche e congenite).
Ecco, in questi casi lo Stato, e chi ne svolge le funzioni, dovrebbe interpretare il welfare nel migliore dei modi, anche dal punto di vista dei tempi, e dello stile. E invece succede che le persone a volte muoiano prima di vedere riconosciuto il diritto a prestazioni di tipo assistenziale che sono strettamente connesse al presupposto della certificazione di invalidità civile.
Fa effetto, ad esempio, leggere che i medici sono spesso assenti nelle riunioni delle Commissioni delle ASL, di cui pure fanno parte in modo determinante, visto che la loro assenza determina frequentemente la necessità di una seconda visita, con costi e disagi del tutto evidenti ed evitabili. E lo dice la Corte dei Conti [Determinazione 91/12, N.d.R.] non un’associazione di parte (ammesso e non concesso che le associazioni di tutela delle persone con disabilità possano essere considerate una controparte e non piuttosto un interlocutore importante, proprio perché interessate ad evitare sprechi e attribuzioni indebite di denaro pubblico).
Naturalmente anche le ASL ci mettono del loro, visto che l’informatizzazione delle pratiche procede a rilento, e dunque ciò vanifica, almeno in parte, l’ambizioso obiettivo dichiarato dall’INPS di utilizzare solo procedure informatiche per snellire la burocrazia e garantire la massima trasparenza.

Il punto centrale di questa complessa vicenda è che l’obiettivo dello Stato non dovrebbe essere quello di “risparmiare” su questo tipo di spesa, facendo di tutto per scoraggiare i cittadini che si limitano ad esigere un diritto fondamentale, sottoposto giustamente a una severa procedura di controllo. Lo Stato dovrebbe pagare il giusto, e farlo nei tempi corretti, senza ritardi, senza piccole o grandi vessazioni nei confronti dei cittadini.
C’era una Commissione Parlamentare di indagine [se ne legga anche nel nostro giornale, N.d.R.] sui tempi e sulle modalità della certificazione d’invalidità. Forse è il caso che si proceda rapidamente a concludere questo controllo pubblico e adottare poi provvedimenti univoci e chiari, nell’interesse di tutti. Anche perché all’interno dell’INPS – va detto – ci sono persone spesso competenti e appassionate che vivono con crescente disappunto una situazione che comporta, quanto meno, un appannamento dell’immagine di un istituto di fondamentale importanza per la serenità delle famiglie italiane.

Direttore responsabile di «Superando.it».


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