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gennaio « 2013 « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
26gen/130

Mancato trasporto a scuola: tre tipologie di danno

a cura di Salvatore Nocera*

24 gennaio 2013 @ 10:56

Ragazzo in carrozzina sale su un pulmino per trasporto disabiliCi eravamo già ampiamente occupati – su queste stesse pagine – della Sentenza non definitiva 684/11, con la quale la Sezione Prima del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) delle Marche aveva condannato il Comune di residenza di un alunno con disabilità ad attivare per quest’ultimo il servizio di trasporto scolastico, sulla base della Legge Regionale 18/96(articolo 23), che attribuisce appunto tale obbligo al Comune di residenza, anche in caso di frequenza della scuola superiore.
Sulla questione è intervenuta in questi giorni la Sentenza definitiva 32/13, depositata esattamente l’11 gennaio scorso, con la quale il TAR marchigiano ha condannato il Comune di residenza anche al risarcimento dei danni e alla rifusione delle spese.

Il provvedimento è interessante perché chiarisce le ragioni per le quali sono state addebitate al Comune tutte e tre le tipologie di danno richieste da parte della famiglia ricorrente, vale a dire:
- la mancata maturazione delle ferie, della tredicesima e del TFR nei giorni in cui la madre ha dovuto usufruire del congedo straordinario per accompagnare con un proprio mezzo la figlia a scuola;
- le spese vive di carburante e usura per l’utilizzo del proprio mezzo nel trasporto;
- il danno esistenziale legato al patimento per la mancata fruizione di un servizio a cui la famiglia aveva diritto.

Infine, la condanna alle spese di causa è stata motivata con il fatto che il Comune aveva tardato nell’approntare il servizio, malgrado la chiarezza della normativa legislativa e amministrativa regionale, rifiutandosi, in via urgente, di accogliere la disponibilità di una ONLUS locale che avrebbe provveduto al trasporto tramite il solo rimborso delle spese vive documentate.
A ciò si aggiunga che il Comune non ha nemmeno segnalato il problema al Piano di Zona di cui fa parte il quale, se tempestivamente informato – avrebbe potuto prevedere nel proprio bilancio la spesa necessaria e anche provvedere al servizio.

Ringraziamo per la segnalazione il Gruppo Solidarietà.

Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Responsabile del Settore Legale dell’Osservatorio Scolastico dell’AIPD(Associazione Italiana Persone Down). Il presente testo è il riadattamento di una scheda apparsa anche nel sito dell’AIPD.


Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

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16gen/130

Dopo quelle Sentenze della Corte Costituzionale

di Francesco Trebeschi*

15 gennaio 2013 @ 11:13

Uomo con disabilità davanti a una finestra con grataGli oneri relativi al costo dei servizi a favore delle persone con disabilità grave, anziane non autosufficienti, e finanche di persone in stato vegetativo – prestazioni per lo più essenziali e che involvono direttamente la tutela della salute dell’assistito – sono, quasi sempre, ingentissimi e, generalmente, non solo non sono sopportabili con le sole risorse dell’assistito, ma altresì incidono in maniera insopportabile sulle risorse familiari. Non stupisce, quindi, se in questi anni si è assistito a una marea montante di ricorsi e decisioni in punto di partecipazione al costo, che ha messo in luce la parcellizzazione, la mancanza di proporzionalità, quando non l’abnormità (1) e l’illogicità (2) dei criteri adottati da numerosissimi Regolamenti Comunali.
In questa situazione, che va aggravandosi di pari passo con il protrarsi della crisi economica, una vera e propria àncora di salvezza per tantissime famiglie è stata rappresentata dal principio di evidenziazione della situazione economica del solo assistito di cui all’articolo 3, comma 2 ter del Decreto Legislativo 109/98.
Con tale disposizione, introdotta con il Decreto Legislativo 130/00, il Legislatore offriva un correttivo alla disparità di trattamento derivante da un’applicazione indiscriminata dell’ISEE [Indicatore della Situazione Economica Familiare, N.d.R.] anche ai nuclei familiari che accolgono persone con disabilità grave e anziane non autosufficienti, con la valorizzazione di reddito e patrimonio di tutti i componenti di quel nucleo familiare anagrafico di appartenenza, che quindi poteva comprendere anche fratelli, cognati o conviventi more uxorio dei fratelli e loro figli (3): a fronte della situazione di dipendenza derivante dalla non autosufficienza, è evidente che la prima e immediata conseguenza di un sistema non corretto, è quella di disincentivare l’accoglienza, e, paradossalmente, di favorire così l’istituzionalizzazione.

Significativamente, nel Preambolo della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, si evidenzia che la disabilità grave è un importante fattore di impoverimento delle famiglie, sottolineando il fatto che «la maggior parte delle persone con disabilità vive in condizioni di povertà», riconoscendo a questo proposito «l’urgente necessità di affrontare l’impatto negativo della povertà sulle persone con disabilità».
Partendo da questi assunti, la giurisprudenza – ormai pressoché unanime – aveva ravvisato nel principio di evidenziazione della situazione economica del solo assistito una diretta attuazione della Convenzione stessa e dei princìpi, ivi contenuti, di non discriminazionedignità intrinseca, autonomia individualeindipendenza della persona con disabilità (4).
Come può esserci infatti  autonomia individuale, se la scelta della prestazione non dev’essere fatta solo in punto di appropriatezza, ma dipende dalla disponibilità di tutti i familiari di farsi carico degli oneri – spesso ingenti – della retta, o anche solo dalla loro volontà di presentare l’ISEE? (5). Che dignità c’è nel dover elemosinare dai parenti il denaro necessario a far fronte agli oneri di prestazione indispensabili per una vita dignitosa, oltre che per la stessa salute? Quanto al principio di indipendenza della persona con disabilità, esso è declinato dalla giurisprudenza nel senso di ritenere illegittimi criteri che «rischiano di compromettere ogni minima opportunità di gestione del proprio reddito in autonomia» (6). Non è infine discriminatorio che le prestazioni afferenti l’educazione e la salute, siano offerte alle persone con disabilità con oneri abnormemente superiori rispetto a tutte le altre persone?
Proprio con riferimento ai servizi a tutela della salute – e quindi anche a tutte le prestazioni sociosanitarie, siano esse sanitarie a rilevanza sociale o sociali a rilevanza sanitaria – per altro, la Convenzione ONU, secondo l’interpretazione della giurisprudenza (7), ne richiede l’erogazione gratuita o a costi accessibili.

Il principio di evidenziazione della situazione economica del solo assistito si afferma quindi come un principio di altissima civiltà giuridica e – forse proprio perché troppo avanzato - ha trovato, sin dalla sua introduzione, enormi resistenze, testimoniate, appunto dalla mole del contenzioso. Le resistenze maggiori, in effetti, sono di tipoideologico: tipica l’affermazione «non è giusto che il figlio di Agnelli paghi quanto il figlio dell’operaio», ove però essa dimentica sia che anche – e soprattutto – alle famiglie non abbienti sono chiesti oneri spesso intollerabili, sia che nessuno si scandalizza se al «figlio di Agnelli» sono garantiti scuola e cure dal servizio pubblico a carico dei contribuenti. Ancor più odiose poi, ma spesso, ahimè, sentite, da Amministratori di ogni colore, le obiezioni del tipo «è un problema vostro, sono figli vostri, li avete messi al mondo voi», che si saldano con la caccia alle streghe dei “falsi invalidi”.
A ciò si aggiunge il braccio di ferro tra Istituzioni sul piano finanziario, che vede – pur con le semplificazioni del caso – Comuni e Regioni invocare uno specifico finanziamento, che lo Stato ritiene di avere ampiamente compensato con l’aumento della quota sanitaria derivante dall’approvazione dei LEA [Livelli Essenziali di Assistenza, N.d.R.], quota sanitaria che però, come accertato da numerose pronunce spesso e volentieri e con i più svariati artifici non viene rispettata dalle Regioni (8).
In effetti, l’articolo 3, comma 2 ter del Decreto Legislativo 109/98, molto articolato, prevede che «limitatamente alle prestazioni sociali agevolate assicurate nell’ambito di percorsi assistenziali integrati di natura sociosanitaria, erogate a domicilio o in ambiente residenziale a ciclo diurno o continuativo, rivolte a persone con handicap permanente grave, di cui all’articolo 3, comma 3, Legge 5.2.1992, n. 104, accertato ai sensi dell’articolo 4 della stessa legge, nonché a soggetti ultrasessantacinquenni la cui non autosufficienza fisica o psichica sia stata accertata dalle aziende unità sanitarie locali, le disposizioni del presente decreto si applicano nei limiti stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri per la solidarietà sociale e della sanità. Il suddetto decreto è adottato, previa intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del Decreto Legislativo 28.8.1997 n. 281, al fine di favorire la permanenza dell’assistito presso il nucleo familiare di appartenenza e di evidenziare la situazione economica del solo assistito, anche in relazione alle modalità di contribuzione al costo della prestazione, e sulla base delle indicazioni contenute nell’atto di indirizzo e coordinamento di cui all’articolo 3-septies, comma 3 del Decreto Legislativo 30.12.1992, n. 502, e successive modificazioni».
Sagomine di persone unite e sagomina di persona in carrozzina staccata dagli altriIl rinvio a ben due decreti attuativi di cui solo il secondo – «l’atto di indirizzo e coordinamento di cui all’articolo 3-septies, comma 3 del Decreto Legislativo 502/92» - è stato approvato con il Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) del 14 febbraio 2001, mentre il primo prevedeva una preventiva «intesa con la Conferenza unificata» e l’apparente contraddittorietà tra la finalità «di favorire la permanenza dell’assistito presso il nucleo familiare di appartenenza», oltre all’espresso «rinvio a prestazioni residenziali a ciclo continuativo», hanno consentito di insabbiare il provvedimento per ben dodici lunghi anni!

La giurisprudenza sin qui sedimentatasi, non volendo far premio dei palesi intenti ostruzionistici dei Comuni (9), aveva superato questo ostacolo, da una parte riconoscendo natura di livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e che come tali prevalgono sull’eventuale disciplina regionale difforme ai criteri di accesso alle prestazioni stesse, e quindi anche all’ISEE (10), e dall’altra affermando l’immediata precettività della disposizione, anche in assenza del previsto decreto attuativo.
Ora, la Corte Costituzionale, investita di problematiche connesse al coordinamento tra la normativa statale ISEE e quelle regionali, con due diverse Sentenze pubblicate entrambe il 19 dicembre 2012, ha prospettato una soluzione che pur riconoscendo la centralità del ruolo della Conferenza Unificata Stato-Regioni-Autonomie Locali, parte da presupposti completamente diversi e, in parte, contraddittori.
La prima decisione (Sentenza 296/12) nega infatti che i criteri di cui al Decreto Legislativo 109/98 possano essere considerati Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LIVEAS), ai sensi dell’articolo 117, comma 2, lettera m) della Costituzione, basandosi sul presupposto che «la nuova disciplina per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni» relative ai servizi sociali di cui all’articolo 46, comma 3 della Legge 289/02 «è rimasta inattuata», il che è ancor più grave, tenuto conto del rilievo che lo stesso articolo 117, comma 2, lettera m) della Costituzione riconosce alle prestazioni concernenti i «diritti sociali», che dovrebbero «essere garantite su tutto il territorio nazionale».
Viene così ritenuta non fondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal TAR per la Toscana (in riferimento al solo articolo 117, comma 2, lettera m) della Costituzione), rispetto all’articolo 14, comma 2, lettera c) della Legge Regionale Toscana 66/08, che prevede, «nel caso di prestazioni di tipo residenziale», che «la quota di compartecipazione dovuta dalla persona assistita ultrasessantacinquenne sia calcolata tenendo conto altresì della situazione reddituale e patrimoniale del coniuge e dei parenti in linea retta entro il primo grado», derogando espressamente alla disciplina ISEE nazionale, ancorché solo «in via transitoria, e in attesa della definizione dei livelli essenziali di assistenza sociale (LIVEAS) e del loro relativo finanziamento».

Per contro, la seconda decisione della Corte Costituzionale (Sentenza 297/12) ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 5 del Decreto Legge 201/11, «nella parte in cui non prevede che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri ivi menzionato sia emanato d’intesa con la Conferenza unificata di cui all’art. 8 D.Lgs 281/1997», attraverso due passaggi argomentativi: «a) l’inquadramento della disciplina dell’ISEE nella competenza esclusiva dello Stato prevista dall’art. 117, co.2, lett. m), Cost., in tema di LIVEAS; b) la necessità della collaborazione della Regione nella predisposizione, da parte dello Stato, dei LIVEAS».
Il Decreto Legislativo 109/98 – approvato prima della riforma del Titolo V della Costituzione – per la Corte era da includere (anche in forza del rinvio operato dalla Legge328/00) tra «i princìpi fondamentali della materia»; ora, una sua modifica, che importa «la predisposizione di indicatori differenziati, proprio perché correlata alla contestuale individuazione di una gamma diversificata di tipologie di prestazioni assistenziali, implica la specifica determinazione del livello essenziale di erogazione delle prestazioni medesime. Essa, infatti, si risolve nella identificazione degli “standard strutturali e qualitativi delle prestazioni, da garantire agli aventi diritto su tutto il territorio nazionale in quanto concernenti il soddisfacimento di diritti civili e sociali tutelati dalla Costituzione”».
Ma se viene ammesso, per la legislazione regionale, «di far ricorso a criteri ulteriori», come da articolo 3, comma 2 del Decreto Legislativo 109/1998, quale spazio rimane per le discipline regionali completamene difformi, quali il Fattore Famiglia Lombardo, il DURP alto-atesino [Dichiarazione Unificata di Reddito e Patrimonio, N.d.R.] o l’ICEF trentino[Indicazione della Condizione Economica Familiare, N.d.R.]?

Persona con disabilità che lavora al computerEntrambe le decisioni – come già accennato – sono per altro concordi nell’assegnare un ruolo centrale alla Conferenza Unificata Stato Regioni Autonomie Locali di cui all’articolo 8 del Decreto Legislativo 281/97. Se quindi una necessaria intesa viene imposta dalla Sentenza della Corte 297/12, per qualsiasi riforma della disciplina statale dell’ISEE che voglia imporsi sulla legislazione regionale quale livello essenziale (come da articolo 117, comma 2, lettera m) della Costituzione), è dall’inerzia di tale organismo – la Conferenza Unificata Stato Regioni Autonomie Locali, appunto – che la Sentenza 296/12 fa discendere l’inapplicabilità dell’articolo 3, comma 2 ter del Decreto legislativo 109/98 e la possibilità per la Regione Toscana di adottare, in via transitoria, una disciplina difforme.
Le decisioni in commento, hanno ad oggetto, peraltro, esclusivamente il metodo – la necessità dell’Intesa Stato-Regioni-Autonomie locali – mentre nessuna valutazione viene fatta dalla Corte in relazione ai parametri costituzionali concernenti ilmerito e – a tacere degli articoli 3 e 53 della Costituzione -, in particolare dei sudelineati principi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità che, come evidenziato dalla medesima Corte Costituzionale, nella pure recentissima Sentenza n. 236 del 26 ottobre 2012, vincolano «l’ordinamento italiano con le caratteristiche proprie del diritto dell’Unione europea a seguito della ratifica da parte dell’Unione Europea», dopo l’adesione con decisione del Consiglio n. 2010/48/CE del 26 novembre 2009.

Viene così messa a nudo la gravità dell’inerzia della Conferenza Stato Regioni (11): l’ostruzionismo che ha insabbiato il decreto attuativo dell’articolo 3, comma 2 ter del Decreto Legislativo 109/98 pone infatti l’Italia nella non invidiabile situazione di conculcare i diritti riconosciuti alle persone con disabilità dalla Convenzione ONU. Privata dell’alibi giudiziario, quindi, la Conferenza Unificata va incalzata in ogni sede e con ogni strumento messo a disposizione dall’ordinamento, posto che, omettendo di fare il proprio dovere, nega non solo l’erogazione, ma la configurazione stessa delle prestazioni essenziali.
Sarebbe infatti intollerabile che i rappresentanti dell’organismo responsabile della violazione della Convenzione ONU potessero continuare a sedere al tavolo dell’Osservatorio che dovrebbe tutelare proprio il rispetto della Convenzione stessa! Non si può pertanto non denunciare quella che si appalesa come una grave violazione dei diritti umani, se necessario anche attraverso il ricorso agli organismi deputati ad accertare tali violazioni, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo allo stesso Comitato per i Diritti delle Persone con Disabilità (12).
La stessa Corte costituzionale, del resto, poco prima delle decisioni in commento, con la Sentenza n. 223 dell’11 ottobre 2012, aveva tutelato dall’aggressione alcune componenti del trattamento economico dei magistrati, collegate «ai principi di autonomia ed indipendenza della magistratura (13), la cui riduzione, in sé, in aggiunta alla mancata rivalutazione, determinerebbe un ulteriore vulnus della Costituzione». Ben più grave appare quindi la violazione del principio di indipendenza delle persone con disabilità che ne mina la stessa sopravvivenza.
Ed è da qui, e dal merito delle ragioni sottostanti al principio che il mondo della disabilità deve ripartire, da quelle battaglie che avevano portato a sancire il principio di evidenziazione della situazione economica del solo assistito in una legge dello Stato; ovvero dalla pretesa dell’integrale rispetto dei LEA sanitari, già definiti e finanziati nel rispetto delle prerogative statali e regionali e quindi assolutamente esigibili (il che, tra l’altro, renderebbe altresì ben più sostenibile anche per gli Enti Locali l’applicazione del principio di evidenziazione della situazione economica del solo assistito); e infine, dall’ormai improcrastinabile definizione e finanziamento certo di livelli essenziali dell’assistenza sociale (LIVEAS), sia a livello statale che a livello regionale, non potendosi più tollerare, specie in un momento come questo, di lasciare le persone con disabilità alla mercé dei tagli indiscriminati degli Enti Locali (14).

Note:
(1) Non può essere definita diversamente la pretesa di oltre 1.000 euro mensili per la frequenza di un Centro Diurno per disabili (come nella recentissima TAR Milano, Sez. III, Sent. 17.12.2012, n. 3065 e magari a fronte di un ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) familiare di 16.000 euro, come in TAR Milano, Sez. I, Sent. 24.3.2011, n. 784), ma l’esperienza annovera anche casi di cessione alla struttura della casa familiare, per pagare cinque anni di Comunità Socio-Sanitaria, di tentativi di estorcere testamenti a favore del Comune, di famiglie indebitate con usurai per pagare la retta dell’RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) di persone anziane in coma.
(2) Si pensi alle rette “fatte a occhio”, quali emergono già in TAR Brescia, Sent. 27.4.2004, n. 472, o alla duplicazione dei costi a carico della famiglia, come in TAR Brescia, Sent. 5.3.2004, n. 179.
(3) Con l’ulteriore corollario che in tal modo si ostacola l’uscita dal nucleo dei figli maggiorenni: il loro stipendio, infatti, determinando la ricchezza familiare, andrà ad alimentare il pagamento delle rette, rendendo difficoltoso accantonare quel minimo necessario a costituire una famiglia autonoma.
(4)
È proprio in questa materia che la giurisprudenza ha offerto, la prima e anche quantitativamente più consistente applicazione della Convenzione, a partire da TAR Brescia, Sent. 2.4.2008, n. 350, sino alle più recenti decisioni del Consiglio di Stato che hanno evidenziato come «la Convenzione si basi sulla valorizzazione della dignità intrinseca, dell’autonomia individuale e dell’indipendenza della persona disabile, specie laddove (art. 3) impone agli Stati aderenti un dovere di solidarietà nei confronti dei disabili, in linea con i principi costituzionali di uguaglianza e di tutela della dignità della persona che, nel settore specifico, rendono doveroso valorizzare il disabile di per sé, come soggetto autonomo, a prescindere dal contesto familiare in cui è collocato e pure se ciò può comportare un aggravio economico per gli enti pubblici» (Cons. Stato, Sentt. 16.3.2011, n. 1607; 16.9.2011, n. 5185; 10.7.2012, nn. 4071, 4077 e 4085; 23.8.2012, n.4594).
(5) Aprendo, tra l’altro, gravi problemi di responsabilità oggettiva: se uno dei membri del nucleo, infatti, non vuole presentare la dichiarazione, le conseguenze ricadono in via diretta ed esclusiva sull’assistito.
(6) TAR Brescia, Sent. 2.4.2008, n. 350.
(7) A partire da TAR Milano, Sent. 14.5.2010, nn. 1487 e 1488 confermate da Cons. Stato, Sentt. 16.3.2011, n. 1607 e 16.9.2011, n. 5185.
(8) Appare significativo osservare come le Regioni più restie a dar seguito alle indicazioni del Decreto Legislativo 109/98, in relazione alla partecipazione al costo della componente assistenziale dei servizi sociosanitaria, siano state condannate anche per il mancato rispetto della complementare componente sanitaria dei medesimi servizi: così TAR Firenze, Sent. 14.4.2011, n. 694 ha messo in luce come la Regione tenti di coprire oneri sanitari delle RSA con fondi di natura sociale; TAR Brescia, Sent. 17.10.2011, n. 1453 ha evidenziato il sistematico mancato rispetto della quota sanitaria del 70% nei servizi per persone con disabilità grave; TAR Milano, Sent. 20.5.2010, n. 1584 ha censurato addirittura una situazione di coma considerata meramente sociosanitaria; TAR Genova, Ord. 25.5.2012 ha sospeso una delibera regionale non rispettosa della ripartizione prevista dai LEA per le RSA.
(9) Come espressamente argomentato da TAR Milano, Sentt. 24.3.2011, n. 784 e 785 e 10.9.2008, n. 4033, ma anche da Cons. Stato, Sent. 26.1.2011, n. 551.
(10)
Sulla base dell’intuizione di Consiglio di Stato, Ord. 14.9.2009, n. 4582.
(11) Non si può non dimenticare che il provvedimento – che per il vero non conteneva alcun limite, e anzi dava una piana applicazione alla legge – predisposto dal Ministero delle Politiche Sociali e già trovata l’intesa con il Ministero del Tesoro, giace alla Conferenza Stato Regioni dal 2004!
(12) Che nella settima sessione del 27 aprile 2012 ha adottato una raccomandazione in tal senso nei confronti della Svezia.
(13) Dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 9, comma 2 del Decreto Legge 78/12, nella parte in cui dispone che i trattamenti economici complessivi superiori a 90.000 euro lordi annui siano ridotti del 5% per la parte eccedente il predetto importo fino a 150.000 euro, nonché del 10% per la parte eccedente 150.000 euro.
(14) Sul punto non si può non segnalare la recentissima Sentenza del Consiglio di Stato n. 6431 del 14 dicembre 2012, che ha stigmatizzato il mancato rispetto della necessaria priorità nell’utilizzo di risorse comunali destinate all’assistenza, dirottandole prima su cose certo utili e importanti, quale il pranzo di Natale per gli anziani o il trasporto degli anziani ai soggiorni estivi, anziché sulle prestazioni individuate dall’articolo 22 della Legge 328/00.

Avvocato. Esperto in diritto e disabilità. Consulente dell’ANFFAS di Brescia(Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale).


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16gen/130

Le invasioni di campo dell’INPS

15 gennaio 2013 @ 16:31

Entrata della sede dell'INPS di Napoli«Bene il passo indietro fatto dall’INPS, ma siamo preoccupati dall’evidente invasione di campo che l’Istituto aveva attuato con la Circolare, ritirata anche a seguito dell’intervento del ministro Fornero e della mobilitazione di sindacati e associazioni contro il provvedimento».
È questo il commento di Tonino Aceti, responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici (CnAMC) di Cittadinanzattiva, in riferimento al ritiro di quella parte della Circolare n. 149/12 del 28 dicembre 2012, nella quale l’INPS – com’è ormai ben noto ai nostri Lettori – aveva sancito già a partire da quest’anno, quale limite reddituale per l’accesso alle pensioni di invalidità, sia il reddito del richiedente che quello del coniuge.
«In assenza di tale dietrofront – prosegue Aceti -, anche l’indirizzo politico fornito dal Parlamento con la Legge di Stabilità, rispetto al supporto alla non autosufficienza, sarebbe caduto nel vuoto: da una parte, infatti, lo Stato avrebbe dato, dall’altra avrebbe tolto, con la conseguenza, per i Cittadini, di non ricevere alcun sostegno».

Oltre dunque a chiedere che l’INPS si attenga strettamente alle sue competenze, Cittadinanzattiva invita anche il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «nella sua annunciata attività di approfondimento della materia», di tener conto degli «orientamenti già espressi sulla materia dalla Corte Costituzionale, cogliendo poi l’occasione per approfondire, con il parere delle Associazioni dei Cittadini, dei Pazienti e delle Persone con Disabilità, anche la Nota interna emanata il 20 settembre 2010dall’INPS che aveva rivisto i requisiti per la concessione delle indennità di accompagnamento [su quest'ultima Nota, si legga il nostro testo pubblicato a suo tempo, con il titolo “L’INPS cambia le «carte in tavola» e peggiora la situazione, N.d.R.].
In tal senso, conclude Aceti, «monitoreremo attentamente gli ulteriori sviluppi della vicenda, stigmatizzando ulteriori decisione illegittime e penalizzanti i diritti dei Cittadini». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: stampa@cittadinanzattiva.it.


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