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gennaio « 2012 « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
27gen/120

Sostegno: nominato un consulente tecnico per accertare il danno esistenziale

Lo ha stabilito in una recente Sentenza il TAR del Molise, dopo avere comunque sancito che l'Amministrazione Scolastica riassegni le ore di sostegno tagliate a un bimbo con disabilità. Il fatto - da giudicare senz’altro come una riduzione della sfera di libertà di esercizio di azione giudiziale, dal momento che sussiste comunque la sofferenza dell'alunno per non essere stato sufficientemente sostenuto in classe - deve far riflettere le famiglie, perché il rischio, in caso di parere negativo del consulente tecnico, è di doversi accollare sia le spese sostenute che quelle di giustizia

Bimbo in carrozzina nel cortile di una scuola
Con la recente Sentenza n. 970, depositata il 19 dicembre 2011, la Sezione Prima del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Molise ha ribadito l'annullamento del provvedimento di una scuola primaria che, rifacendosi all'assegnazione avuta dall'Ufficio Scolastico Regionale, aveva ridotto a sei le ventiquattr'ore di sostegno che una famiglia aveva richiesto, in base alle risultanze del Profilo Dinamico Funzionale.
La Sentenza - come già il TAR del Molise aveva fatto in precedenza [si veda a tal proposito la Sentenza 452/11della quale il nostro sito si è occupato con il testo disponibile cliccando qui, N.d.R.] - è fondata sul «difetto di motivazione» del provvedimento annullato, dal momento che - malgrado la richiesta conseguente al Profilo Dinamico Funzionale - le sei ore sono state assegnate senza alcuna motivazione, né da parte dell’Ufficio Scolastico né della scuola. E nemmeno può dirsi che la motivazione esplicita o implicita stia nella necessità di tagli alla spesa scolastica, dal momento che - come afferma il TAR - la Sentenza della Corte Costituzionale 80/10 stabilisce che nessun vincolo di bilancio può comprimere il nucleo essenziale di un diritto costituzionalmente garantito come quello delle ore di sostegno indispensabili per il diritto allo studio degli alunni con disabilità.

Ovviamente la Sentenza del TAR molisano condanna l'Amministrazione soccombente alla rifusione delle spese di causasostenute dalle famiglie. Per quanto riguarda invece la richiesta di risarcimento dei danni biologici conseguenti al mancato numero di ore di sostegno, il Tribunale, distaccandosi da un orientamento che sembrava ormai consolidato, non ha stabilito equitativamente la condanna dell'Amministrazione a una somma pecuniaria, che nelle ultime Sentenze in questo ambito era stata fissata in circa 1.000 euro per ogni mese di ritardo nell'aumento delle ore richieste [se ne legga nel nostro sito rispettivamente cliccando qui, qui e qui, N.d.R.]. Ha invece nominato un consulente tecnico d'ufficio, che dovrà accertare se, dato lo stato di salute indicato nella documentazione sanitaria agli atti, l'alunno ha subìto un aggravamento a causa del comportamento omissivo dell'Amministrazione.
Invero ciò, pur non pregiudicando l'immediatezza dell’aumento delle ore di sostegno, rende più gravosa la situazione delle famiglie che devono anticipare le spese per il consulente d'ufficio e, se vogliono, anche di uno di parte; laddove poi il consulente tecnico d'ufficio ritenga che non vi siano stati danni, per questa parte del ricorso le famiglie risulterebbero soccombenti, dovendosi non solo accollare le spese sostenute, ma anche quelle di giustizia.

Osservazioni
Riteniamo che questo precedente dovrà far riflettere le famiglie, prima di inserire in ricorso anche la richiesta di risarcimento del danno, ovvero se vi siano prove sufficienti per dimostrare quest'ultimo o se non convenga invece rinunciare a tale richiesta.
Ciò sembra per altro costituire una riduzione della sfera di libertà di esercizio di azione giudiziale, dal momento che comunque un danno in sé sussiste, vale a dire la sofferenza dell'alunno per essere stato non sufficientemente sostenuto in classe; un danno fin qui liquidato equitativamente, senza la necessità di sottoporre a perizie il minore e un fatto che comunque costituisce un'intrusione nella sfera più profonda della sua delicatissima personalità.

*Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap). Responsabile del Settore Legale dell'Osservatorio Scolastico dell'AIPD (Associazione Italiana Persone Down). Il presente testo riadatta una scheda già pubblicata nel sito dell'AIPD, per gentile concessione.

Ultimo aggiornamento (giovedì 26 gennaio 2012 17:33)
27gen/120

Se la questione della gravita’ diventa terreno di contrapposizioni

(di Cecilia Marchisio* e Natascia Curto**)
«I vincoli di bilancio - scrivono Cecilia Marchisio e Natascia Curto, riflettendo sulle delicate questioni connesse alla non autosufficienza - sono una realtà sempre più evidente, ma sono anche un elemento che nell'ultimo periodo sta pericolosamente monopolizzando la scena concettuale. A volte sembra sbiadire nei discorsi la consapevolezza che i vincoli economici sono sì da considerare quando si progettano servizi, ma non sono l'unico elemento in gioco. Sono necessarie, infatti, politiche di promozione sociale che rinforzino e sostengano il capitale sociale, le reti e l'associazionismo, non "per i disabili", ma in quanto beni collettivi». E su questo terreno, concludono, «la questione della gravità della disabilità rischia di diventare terreno di contrapposizioni: nel tentativo di semplificare e porre un limite netto, si corre infatti il pericolo di perdere di vista la multifattorialità delle differenze e la necessità di garantire a tutti non tanto uguaglianza, quanto pari dignità»

Immagine sfuocata di persona in carrozzina al computer
Negli ultimi tempi, il dibattito sulla disabilità gravissima è sempre più presente sui mezzi d'informazione. Qualche tempo fa anche noi ci siamo occupate dell'argomento attraverso una ricerca svolta nel Comune di Torino ["Caregiving familiare e disabilità gravissima. Una ricerca a Torino"; se ne legga nel nostro sito cliccando qui, N.d.R.]. Tale studio, che ha riguardato trentotto famiglie di persone con disabilità gravissima, è stato per noi l'occasione di riflettere sulle delicate questioni connesse alla non autosufficienza. Vorremmo dunque contribuire al dibattito attraverso alcune delle riflessioni cui quel lavoro ci aveva condotto.

Riguardo alla definizione di disabilità gravissima, il timore è che si scivoli dal riconoscimento di una condizione (di necessità di assistenza più intensa, o semplicemente diversa) al tracciare una linea di demarcazione tra chi ha "realmente bisogno" e chi non ne ha.
Le conseguenze di questo modo di ragionare - in un periodo di fatiche economiche come questo - sono evidenti ai più. Alla luce delle grandi differenze tra le situazioni delle persone con disabilità, già un anno fa ci domandavamo se si fosse sicuri della necessità di una distinzione dicotomica tra disabilità grave e gravissima. Utilizzando l'ICF come strumento di classificazione [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, definità nel 2001 dall'Orgnizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], il problema potrebbe essere almeno parzialmente superato, poiché la valutazione globale delle persone colloca le diverse condizioni all'interno di un continuum descrittivo.
I vincoli di bilancio (praticamente il punto oltre cui non si può spendere) sono una realtà sempre più evidente, ma sono anche un elemento che nell'ultimo periodo sta pericolosamente monopolizzando la scena concettuale. A volte sembra sbiadire nei discorsi la consapevolezza che i vincoli economici sono sì da considerare quando si progettano servizi, ma non sono l'unico elemento in gioco.
D'altra parte, il denaro non è l'unica cosa che bisognerebbe moltiplicare per avere un sistema d'inclusione efficace per tutti, che sia basato sul «rispetto per la dignità intrinseca, l'autonomia individuale - compresa la libertà di compiere le proprie scelte - e l'indipendenza delle persone; la non discriminazione; la piena ed effettiva partecipazione e inclusione all'interno della società; la parità di opportunità; l'accessibilità» (Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità).
È necessario ad esempio moltiplicare le reti, attivare risorse e comunità locali (che non significa, sia chiaro, delegare l'assistenza e il lavoro per l'inclusione sulle famiglie e sui volontari). Sono necessarie politiche di promozione sociale che rinforzino e sostengano il capitale sociale, le reti e l'associazionismo, non "per i disabili", ma in quanto beni collettivi.
Non solo i soldi, dunque, ma il senso della comunità, della condivisione, dell'importanza di partecipare alla costruzione di una società migliore, fanno parte delle cose che ultimamente sembrano scarse.

Molti elementi - non ultima la campagna sui "falsi invalidi" di cui tanto spesso si è scritto anche su queste pagine - hanno contribuito a far crescere l'idea che "gli altri" siano quelli con cui mi devo spartire una coperta troppo corta (e che quello che posso fare è battermi per dimostrare che spetta a me e non a loro), e non persone con cui mi posso alleare, per inventarci nuovi modi di stare "tutti al caldo".
Contemporaneamente, in alcuni contesti professionali, sembra farsi strada un'idea di "triage" [dal termine francese che letteralmente significa "cernita", "smistamento", N.d.R.]: si cerca cioè di stabilire un criterio di intensità di bisogno, nell'ottica di dare prima, e poi probabilmente solo, a chi ha più (nei casi peggiori si dice "davvero") bisogno.
Questo punto di vista presenta a nostro parere tre difetti strutturaliprimo, ritorna a collocare completamente nella persona lo svantaggio (cosa che è perfetta nell'Emergency Room del pronto soccorso, un po' meno adatta alle situazioni esistenziali). Secondo, elimina completamente la prospettiva della prevenzione del disagio e dell'isolamento sociale (più efficace e meno costosa) e terzo, propone una visione dei servizi come qualcosa da "dare".
Forse invece, a questo punto del cammino, dopo la Convenzione ONU e dopo vent'anni di Legge 104, non si tratta più tanto di "dare" servizi, quanto dipromuovere una società inclusiva attraverso i servizi. Servizi per la comunità, accessibili a tutti, disabili inclusi.

Sulla definizione di gravità si giocano dunque partite molto importanti, per il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità e per il passaggio culturale dal modello assistenziale a quello dei diritti. La questione della gravità rischia di diventare terreno di contrapposizioni: nel tentativo di semplificare e porre un limite netto, si rischia infatti di perdere di vista la multifattorialità delle differenze e la necessità di garantire a tutti non tanto uguaglianza, quanto pari dignità.
L'inclusione sembra passare ancora una volta dal riconoscimento: riconoscimento dell'altro - fragile o diverso che sia - come portatore di caratteristiche, potenzialità e bisogni che hanno pari dignità e diritto a pari considerazione di quelli di ciascun membro della società. Un riconoscimento della differenza che racchiude una vicinanza e una distanza. La distanza che sta nel riconoscere che l’altro vive una condizione differente dalla mia, e che quindi per comprendere questa condizione è importante il suo punto di vista. E allo stesso tempo una vicinanza, l'ascolto delle persone e dei loro portavoce, per comprendere le condizioni speciali e per parlarne in maniera competente e serena, in vista di un agire comune orientato al benessere di tutta la società.

*Psicoterapeuta e dottore di ricerca in Pedagogia Speciale presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione dell'Università di Torino.
**Educatrice e collaboratrice del Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione dell'Università di Torino.

Rispetto ai contenuti del presente testo, suggeriamo la lettura - sempre nel nostro sito - di: Caregiving familiare e disabilità gravissima: assai più di una ricerca (di Giorgio Genta, cliccare qui); I gravissimi: chi sono e quanti sono? (di Giorgio Genta, cliccare qui); Oggi la priorità è il riconoscimento giuridico dei disabili gravissimi (di Giorgio Genta e Dario Petri, cliccare qui); Ciò che conta è la complessità della persona (di Marco Vesentini, cliccare qui); Disabilità gravissima? No, grazie (di Giampiero Griffo, cliccare qui); Non sempre le parole sono pane (di Giorgio Genta, cliccare qui).
Ultimo aggiornamento (giovedì 26 gennaio 2012 12:53)
20gen/120

Falsi dati e veri invalidi

(di Carlo Giacobini*)
La campagna contro i cosiddetti "falsi invalidi" è stata strumentale, mediatica, spendacciona, iniqua, inutile e anche ipocrita. Ha assunto toni drammatici prima, epici poi: la piaga, secondo la "vulgata", era una delle cause principali dei disastri del bilancio italiano. E invece si tratta di una questione che sta creando e che continua a creare danni alla Pubblica Amministrazione e all'erario, a voler tacere dei disagi per centinaia di migliaia di Cittadini. I fatti e i dati - quelli veri - parlano chiaro. E tuttavia, controparti come l'INPS o il Ministero del Tesoro sono assai "dinamiche", tanto che oggi c'è qualcosa di peggio anche delle centinaia di migliaia di controlli. Nel 2011, infatti, è stata approvata una norma che scoraggia i ricorsi e che pone chiaramente l'INPS in una posizione di forza rispetto ai Cittadini ricorrenti!

Hieronymus Bosch, «Salita al Calvario», 1510-1516 circa
Hieronymus Bosch, «Salita al Calvario», 1510-1516 circaLa lettura dell'appassionata requisitoria di Fabio Savoldi su queste colonne [si legga INPS: chi è caduto nella trappola?, cliccando qui, N.d.R.] non lascia indifferenti, anche se qualche "anima candida" continuerà a chiedersi se si tratti dell'ennesimo sfogo oppure se vi siano davvero solide basi dietro quell'appello all'azione. Le stesse "anime candide" che non si sono mai poste dubbi attorno a tanti luoghi comuni (in questo caso la "piaga dei falsi invalidi") purché asseverati su carta e in video e che ti accusano di partigianeria se ti permetti di dichiarare la "nudità del re".
La campagna contro i "falsi invalidi" è stata strumentale, mediatica, spendacciona, iniqua, inutile, ipocrita. Ha assunto toni drammatici prima, epici poi: la piaga, secondo la "vulgata", era una delle cause principali dei disastri del bilancio italiano. Ha creato e continua a creare danni alla Pubblica Amministrazione e all'erario, a voler tacere dei disagi per centinaia di migliaia di Cittadini.
Ma restiamo ai crudi fatti. Li elenchiamo, in modo disomogeneo.
1. I controlli sui falsi invalidi non li ha inventati Tremonti. I primi piani di verifica straordinaria, infatti, furono fissati già nel 1996 dal primo Governo Prodi. Le misure normative erano contenute in uno dei primissimi Decreti Legge emanati da quel Governo (323/96), con la Legge 425/96 che stabilì tra l'altro «un piano straordinario per l'effettuazione di almeno 150.000 verifiche sanitarie [...] da effettuarsi, anche senza preavviso, nei confronti dei titolari di benefici economici di invalidità civile, cecità civile e sordomutismo».

2. Con l'articolo 52
della Legge 449/97 verrà poi fissato un ulteriore piano straordinario da 100.000 verifiche da effettuarsi fra il 1998 e 1999. Come andarono quelle verifiche? Quante furono le provvidenze revocate? Non esistono, a conoscenza di chi scrive, dati definitivi, circostanziati e accessibili. Non se ne sa nulla.

3. Nel 2008
si inizia a programmare, in modo sistematico, una nuova intensa verifica sulle invalidità civili. Si formalizza questo intento con la Legge 133/08 che all'articolo 80 prevede un ingente piano straordinario di almeno 200.000 posizioni. Ci penserà l'INPS.

4. L'individuazione del primo campione di 200.000 persone da sottoporre a visita è demandata a un successivo Decreto Ministeriale del 29 gennaio 2009 che esclude dai controlli le persone affette dalle patologie di cui al Decreto  del 2 agosto 2007 (gravi patologie stabilizzate o ingravescenti), i residenti in Regione Valle d'Aosta e nelle Province Autonome di Trento e Bolzano, ma anche le persone di età inferiore ai 18 anni e di età superiore ai 78 anni, i titolari di prestazioni sospese, gli invalidi inviati o da inviare a visita sanitaria di revisione rispettivamente dopo il 1° luglio 2007 o entro il 30 giugno 2010. Il campione, quindi, non è rappresentativo della totalità degli interessati.

5. Mentre sono ancora in corso i controlli predisposti nel 2008, su proposta del Governo, il Parlamento approva, nel mese di agosto dell'anno successivo, la Legge 102/09, ove l'articolo 20, dal titolo Contrasto alle frodi in materia di invalidità civile, prevede altre 100.000 verifiche nel corso del 2010, affidate, ovviamente, all'INPS, che questa volta cambia le regole di definizione del campione il quale viene estratto su: i titolari di indennità di accompagnamento (ciechi e invalidi) e di comunicazione, ma solo di età compresa fra i 18 e i 67 anni compiuti; i titolari di assegno mensile di assistenza (invalidi parziali), ma solo di età compresa fra i 40 e i 60 anni. Inoltre, il campione è stato estratto solo su chi percepisce assegni o indennità da prima del 1° aprile 2007 (Circolare INPS n. 76 del 22 giugno 2010). Le verifiche non riguardano, quindi, né i minori, né gli anziani oltre i 67 anni di età (cioè la fascia più ampia dei percettori di indennità di accompagnamento), né gli invalidi al 100% che ricevono la sola pensione di invalidità.

6. Non sono ancora iniziati i controlli previsti per il 2010, che - sempre su proposta del Governo - dopo una combattutissima conversione del Decreto Legge 78/10 - viene approvata, il 30 luglio 2010, la Legge 122/10.
Questa volta, in modo altrettanto significativo, l'articolo che qui ci interessa si intitola Riduzione della spesa in materia di invalidità. Si tratta dell'articolo 10, che prevede un Piano Straordinario di 250.000 verifiche nel 2011 e nel 2012. Totale: 500.000 verifiche in due anni.

7. Nel febbraio 2011, informalmente (cioè senza indicare nel dettaglio i dati) il presidente dell'INPS, Antonio Mastrapasqua, dichiara che nel corso del 2010, sono "andati a segno" il 23% dei controlli, che cioè il 23 per cento delle posizioni controllate sarebbero state irregolari e avrebbero prodotto revoche delle prestazioni. I giornali sintetizzano: «Un invalido su quattro è falso» (ovviamente pochi precisano che il dato sarebbe sul campione sapientemente selezionato dall'INPS).

Il presidente dell'INPS Antonio Mastrapasqua
Il presidente dell'INPS Antonio Mastrapasqua8. Nella seduta del 21 luglio 2011, la Camera approva cinque mozioni relative a diverse questioni sull'invalidità. Quattro di esse, esplicitamente, partono dal presupposto (dichiarato e agli atti) che un invalido su quattro controllato dall'INPS fosse un "falso invalido" (dati poi, nel silenzio generale, smentiti dal Ministro del Lavoro e dall'INPS stesso). Tutte le mozioni sono approvate a maggioranza.

9. Agosto 2011: dalle colonne di tante testate giornalistiche viene maldestramente ripreso il comunicato stampa (del 18 agosto) della Guardia di Finanza, titolando Falsi invalidi smascherati dalla GdF.
In realtà il comunicato delle Fiamme Gialle (conviene sempre leggere la fonte e non le notiziole di riporto), si riferisce a fenomeni ben più ampi e gravi delle false invalidità. La Guardia di Finanza ha effettuato infatti 11.000 controlli su persone che fruivano di prestazioni sociali agevolate (ad esempio sconti sugli asili nido, borse di studio, sostegni al reddito, assegni sociali ecc). In prevalenza le contestazioni riguardano le false dichiarazioni dei redditi. Falsi poveri, quindi. Ne hanno beccati e denunciati 3.000. Il comunicato, pur marginalmente, parla anche di "falsi ciechi" scoperti a guidare l'auto o andare in bicicletta. Cita un esempio il cui video (qualcuno ricorda il finto cieco che getta il sacchetto dell'immondizia facendo canestro nel cassonetto?) è già abbondantemente circolato su tutti i TG circa quindici giorni fa. Di falsi invalidi, a parte che nel titolo, non si parla, non si riportano cifre, né dati, né evidenze che invece sono molto dettagliate in tutti gli altri casi, compresi quelli dei finti braccianti, finti disoccupati o finti poveri. Da notare che non è l'INPS ad averli beccati.

10. Su interrogazione scritta e reiterata del deputato Reguzzoni, capogruppo alla Camera della Lega Nord, il Ministro del Lavoro, nell'ottobre del 2011, fornisce le informazioni sugli effetti dei controlli: nel 2009 sono state revocate, in seguito a 200.000 controlli, 21.282 prestazioni (pensioni, assegni o indennità). Nel 2010, su circa 100.000 controlli, sono state revocate 9.801 provvidenze economiche. Il totale delle provvidenze revocate in due anni (300.000 controlli) è pari dunque a 31.0831.
Secondo i dati ministeriali, la percentuale delle prestazioni revocate sul totale è stata dell’11,6%2 nel 2009 e del 10% nel 2010% (dati del Ministero del Lavoro, ottobre 2011). Quindi il Ministero smentisce ciò che aveva affermato Mastrapasqua nel febbraio precedente.

11. «Abbiamo revocato pensioni di invalidità per il 10%, per il 35% abbiamo modificato il giudizio sanitario. Per le revoche siamo in attesa di eventuali contenziosi». Lo dice Nori a fine settembre 2011 durante un convegno promosso dalla Confcommercio abruzzese.
Mauro Nori è il direttore generale dell'INPS ed egli ritiene dunque che per le pensioni di invalidità, la quota di "falsi invalidi" sia pari al 4%. Ma come arriva a tale conclusione? Sa bene che, alla fine degli inevitabili ricorsi, l'INPS soccombe in giudizio nel 60% dei casi (Fonte: Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria dell'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) per l'esercizio 2009, Corte dei Conti, Delibera 84/10, p. 104). Il che significa che quel 10% è al lordo del contenzioso.

12. Nel corso del 2010 l'ordinaria attività dell'INPS boccheggia, rallenta, è costretta a ricorrere sempre più a risorse esterne (medici, soprattutto, ma anche legali). Gli stessi tempi di attesa per la convalida dei verbali "ordinari" di invalidità civile sono sempre molto lunghi. Lo dichiara senza mezzi termini laDeterminazione e relazione della Sezione del controllo sugli enti sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria Dell’istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) per l'esercizio 2010 (Delibera 77/11). L'esecuzione del piano straordinario di controllo sui "falsi invalidi" ha danneggiato indirettamente anche chi non è stato convocato a visita, poiché i tempi di convocazione ed emissione del verbale si sono comunque dilazionati.

Se questi sono i fatti, viene ora da chiedersi: quanto è riuscito a risparmiare lo Stato grazie a questa operazione di "pulizia"? Il calcolo, estremamente prudenziale, è stato oggetto di uno studio pubblicato dalla rivista «Welfare Oggi» (n. 4/2011 - Maggioli Editore), al quale chi scrive ha avuto la soddisfazione di partecipare.
Ebbene, facendo la stima sulle minori spese dovute alle revoche, è prevedibile una somma pari a 150 milioni di euro all'anno. Questa cifra è però lorda. Vanno tolti infatti i costi amministrativi e legati all'accertamento, stimabili in 45 milioni di euro annui. Ancora, vanno tolti gli importi relativi ai ricorsi che l'INPS perde mediamente ogni anno: altri 35 milioni.
Nella migliore delle ipotesi, dunque, si "risparmiano", secondo quello studio, 70 milioni di euro all'anno, cifra che per altro non considera le spese legali connesse ai ricorsi persi.
«Welfare Oggi» stima - in modo estremamente prudenziale e favorevole all'INPS - che dopo 800.000 controlli in quattro anni, il massimo del risparmio raggiungibile sia di 170 milioni di euro annui. Il che significa che verrebbe "risparmiato" l'1% della spesa complessiva annua sostenuta per le provvidenze economiche.
E tuttavia, nonostante queste evidenze, nel 2012 proseguiranno i controlli, anche se abbiamo l'impressione che INPS ne farebbe ormai volentieri a meno.

Questi elementi e molti altri la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) li ha ripetutamente documentati, dimostrati, evidenziati. Le "uscite" del «Sole 24 Ore» e del «Corriere della Sera» non nascono dal nulla. Non sono casuali. L'impegno per fare sospendere i controlli straordinari èirrinunciabile per la FISH e per le associazioni aderenti. Ma attenzione, perché l'INPS e il Ministero del Tesoro sono "controparti" assai dinamiche sul terreno.
Infatti va detto che la questione dei controlli è, paradossalmente, un tema già superato. C'è qualcosa di peggio e di ancor più incivile, che sfugge ai più ancora frastornati da tre anni di controlli straordinari.
Una commissione di accertamento dell'invalidità
Una commissione di accertamento dell'invaliditàCome abbiamo detto sopra, il vero punto debole dell'INPS sono i ricorsi in giudizio. Ne ha in ballo circa 800.000, 360.000 dei quali riguardano l'invalidità civile. Come già detto, per l'invalidità civile l'Istituto perde oltre la metà delle cause e per le altre situazioni non va molto meglio. Ha poi problemi interni di costi e inquadramenti dei propri avvocati e di gestione degli avvocati domiciliatari (esterni) che sono sempre di più.
Che fare? Facile! Se si perde e se costa troppo perdere, si cambiano le regole. Ed è quel che è avvenuto nel luglio dello scorso anno, quando il Parlamento ha approvato a maggioranza l'articolo 38 della Legge111/11, che ha modificato il Codice di Procedura Civile, introducendo un nuovo articolo specifico per queste situazioni: l'articolo 445 bis.
Quest'ultimo prevede l'accertamento tecnico preventivo obbligatorio per le controversie in materia di invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap e disabilità, nonché di pensione di inabilità e di assegno di invalidità (la cosiddetta invalidità pensionabile).
L'accertamento tecnico preventivo esisteva già nel nostro ordinamento, ma è stato pensato per tutt'altre situazioni, non certo per valutazioni sanitarie controverse. Eppure, ipocritamente, è stato spacciato come modalità per abbreviare i tempi della giustizia civile.
In questi casi, dunque, il Cittadino che intenda opporsi a una decisione dell'INPS (esempio più frequente: un verbale di invalidità), non presenta più il ricorso introduttivo per il giudizio, ma presenta, sempre al Tribunale, l'istanza di accertamento tecnico per la verifica preventiva delle condizioni sanitarie che legittimano la pretesa fatta valere. Insomma, non si va subito "in causa", ma si chiede una consulenza tecnica preventiva ai fini della conciliazione della lite.
Quale sarà quindi il nuovo iter? In estrema sintesi (giacché un maggiore approfondimento riserverebbe ulteriori sorprese):
1. Si riceve un verbale di invalidità o di handicap o di disabilità che si intende contestare.
2. Si presenta al Tribunale competente (quello di residenza) un'istanza di accertamento tecnico per la verifica preventiva delle condizioni sanitarie (e si anticipano le spese della perizia).
3. Il Giudice nomina un consulente tecnico (un medico) che provvede a stendere una relazione (perizia); alla sua attività di perizia è presente anche l'INPS.
4. Il consulente invia la bozza al Cittadino e all'INPS e attende le osservazioni; quindi deposita la relazione definitiva presso il Giudice.
5. Il Giudice chiede formalmente all'INPS e al Cittadino se vi sono contestazioni. Se non ci sono, il Giudice omologa la relazione del consulente con un decreto che diventa inappellabile.
6. Se l'INPS o il Cittadino (con il proprio legale) intendono contestare la relazione del perito, devono proporre il ricorso introduttivo del giudizio, specificando i motivi della contestazione.
7. Si procede (con le relative udienze) nel processo vero e proprio, fino all'emissione della sentenza definitiva. La sentenza è inappellabile, cioè per l'invalidità civile, caso unico nel nostro ordinamento, esiste un solo grado di giudizio.

In tutta evidenza, dunque, le nuove modalità di "ricorso" sono state pensate da tecnocrati (con tutto rispetto) dell'INPS e del Ministero del Tesoro, particolarmente esperti in procedimenti processuali, al fine di scoraggiare i ricorsi, ma soprattutto di porre l'Istituto in una posizione di forza rispetto ai ricorrenti. Il Parlamento ha approvato a maggioranza, senza che vi fossero obiezioni dentro e fuori il Palazzo, salvo le vibrate proteste della FISH.

*Direttore editoriale di Superando.it.

Ultimo aggiornamento (giovedì 19 gennaio 2012 10:46)