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Barriere architettoniche « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
6apr/190

Il concetto di vita indipendente e quel “sadismo istituzionale”

5 Aprile 2019 @ 11:55 - Diritti

Uomo disperato, con le mani sulla faccia“Non aggiungere disagi a chi già vive situazioni molto complesse”, avevamo titolato il nostro testo ove raccoglievamo la denuncia dei gravi problemi verificatisi in fase di attuazione del Fondo per la Non Autosufficienza Regionale, causati da una Delibera della Giunta Regionale della Lombardia (n. 1253 del 12 febbraio 2019).
Oggi la testimonianza diretta di Ida Sala del Comitato Lombardo per la Vita indipendente delle Persone con Disabilità ci sembra più efficace di tante altre disquisizioni, nel rendere conto di quei disagi.

Si è finalmente concluso il mio calvario legato alla presentazione della Domanda di valutazione multidimensionale a favore di persone con gravissima disabilità e in condizioni di non autosufficienza per ammissibilità alla misura B1 (FNA 2018) ai sensi della DGR 1253 del 12/02/2019.
Per me sono stati dieci lunghi giorni costellati di telefonate per evitare continui andirivieni tra casa e Sportello Unico per il Welfare (SUW), sito a Como nel vecchio Ospedale Sant’Anna e aperto tre giorni alternati alla settimana.
Andirivieni che, comunque, non sono riuscita a ridurre a meno di cinque. Niente male, se si pensa che la Misura B1 è destinata ai cosiddetti “gravissimi”, cioè a persone bisognose di assistenza 24 ore su 24, assistenza di cui, in questo caso, i nostri Amministratori hanno ritenuto che quelle persone potessero fare a meno, visto che i cosiddetti caregiver – familiari o stipendiati che fossero – dovevano correre dietro alle scartoffie che ci venivano richieste, e che non andavano mai bene.

Al primo appuntamento non hanno accettato la domanda perché non avevo indicato il nome del caregiver familiare. Avevo infatti presentato un’autocertificazione in cui dichiaravo di non disporne e di non volerlo, visto che autogestisco dal 2004 (per la verità dal 1999, ma vivevo in un contesto comunitario) l’avvicendarsi dei miei assistenti personali in funzione di una vita indipendente.
Due giorni dopo sono andata personalmente per convincerli dell’assurdità della cosa, ma non c’è stata ragione: quei “poveri” assistenti sociali e medici, ridotti al ruolo di inconsapevoli, incasinati ma diligenti “kapò”, non si sono accontentati di avvisarmi che avevano precise istruzioni di non accogliere la domanda in assenza di quell’indicazione, ma, quando hanno visto che non bastava indorarmi la pillola mostrandomi che in fondo si trattava solo di una formalità, si sono adoperati per farmi capire che io non posso autogestirmi, visto che sono “una gravissima” e, come tale, bisognosa di assistenza 24 ore su 24.
Non sono riuscita a spiegare loro che sono in grado di intendere e di volere, cosa che mi sembrava umiliante specificare, considerata l’evidenza! Così i miei quindici anni di autogestione per quei signori è come se non fossero mai esistiti, visto che non sono specificati nelle loro scartoffie; e non esisto come interlocutore, altrimenti perché specificare il nome della caregiver, visto che sono io a firmare la domanda?
A questo punto mi chiedo cosa intendono per vita indipendente gli Amministratori Regionali che l’hanno prevista nella citata Delibera n. 1253.

Due giorni dopo, ancora fiduciosa nell’ipotesi che davvero potesse trattarsi di una poco ragionata formalità e sperando in un briciolo di senso dell’umorismo, magari anche di complicità, visto che un giorno potrebbe toccare anche a loro o a un loro caro di finire nella mia situazione, ho indicato come caregiver familiare mio fratello (disabile come me, che abita nell’appartamento adiacente e che mi fa tanti favori, per esempio è più bravo di me a compilare i moduli, a fare i conti, a insegnare a cucinare ricette italiane a badanti stranieri eccetera eccetera).
«Ci state prendendo in giro?», è stata la risposta mentre rigettavano la domanda.
Rassegnata, visto che senza quei soldi non posso pagare i miei assistenti, ho indicato come caregiver la mia assistente personale (badante), quella a cui ho insegnato come prendersi cura del mio corpo, a usare i miei ausili, a occuparsi della mia igiene, a tenere in ordine i miei documenti, a dare il nome giusto agli oggetti di ogni giorno, eccetera.
Quale sia il senso ancora non lo capisco, tanto più che avevo allegato il contratto stipulato con l’assistente e i contributi pagati, come mi era stato richiesto.
Anche su questo aspetto, per altro, avrei da ridire, perché non spetta all’ATS né all’ASST [rispettivamente Azienda per la Tutela della Salute e Azienda Socio Sanitaria Territoriale, N.d.R.] controllare se il contratto è effettivo e la sua correttezza: casomai compete all’Ispettorato del lavoro, all’INPS o al sindacato, se il lavoratore o la lavoratrice vi fanno ricorso. Ma certe battaglie non si possono fare da soli.
Il punto è che non mi riesce di capire se ai nostri Amministratori Regionali dà fastidio il concetto di autodeterminazione, per cui non riescono a sopportare che qualcuno possa avere una volontà autonoma e che ci sia un modo per esercitarla anche se in gravi condizioni fisiche, oppure se tutto si fonda sulla mentalità dei medici per cui, se sei curato con soldi della Sanità, devi adattarti agli standard da loro prefissati per guadagnarti il titolo di gravissimo.

Per assurdo, anche le soluzioni tecnologiche più avanzate dovrei considerarle tabù, per non correre il rischio di sembrare “troppo poco gravissima”.
Faccio un esempio: fino a sei anni fa sedevo su una carrozzina elettrica che non riuscivo più a guidare perché le mie forze si erano affievolite e non ero più in grado di mantenere a lungo la postura. È bastato cambiare carrozzina e, grazie a un comando infinitamente più sensibile che guido solo con il pollice, posso percorrere 2 o 3 chilometri in tempi accettabili; in estate perfino da sola. E grazie alla possibilità di reclinare o basculare sedile e schienale, sempre servendomi dello stesso sensibilissimo comando, posso permettermi di stare in carrozzina fino a tardi, invece che andare a letto alle 21 come accadeva prima.
Questo significa che non sono più gravissima e quindi guai a me se oso avventurarmi da sola nel discount accanto a casa?
Altro esempio che mi è stato raccontato: un signore totalmente non autosufficiente, ricoverato in una residenza, nel momento in cui quest’ultima è diventata sanitaria è stato costretto a mangiare pappine tutti i giorni, anche se deglutisce benissimo, perché quello è il “menù” stabilito per tutti coloro che vivono in quel “reparto”.
Che fine hanno fatto in questi casi i progetti personalizzati? Che fine ha fatto la nostra Costituzione che parla di pari dignità sociale, di libertà e uguaglianza, di solidarietà, quando il “kapò” di turno risponde al cittadino che si presenta allo sportello: «Questa è la legge!»? «Veramente è una Delibera», ho risposto, come se potesse cambiare qualcosa…

Tento alcune conclusioni alla rinfusa, ma ci sarebbe da scrivere un trattato più che un articolo: l’insistenza sulla figura del caregiver familiare svela l’intento della Delibera, che è palesemente quello di contenere il numero degli aventi diritto, stringendo il cerchio intorno alla famiglia, per scaricare su di essa ulteriore peso.
La ristrettezza finanziaria è la ragione ufficiale di questo contenimento, ma ormai lo sanno anche i bambini che i soldi ci sono, che basta spenderli meglio, per le necessità dei cittadini e non di chi vuole arricchirsi sulla propria pelle.
Quella Delibera – lungi dal voler sollevare i cittadini con gravissime disabilità dalla loro pesante situazione – aggiunge burocrazia che a sua volta crea “sadismo istituzionale”, perché sottrae agli operatori sanitari e sociali la possibilità di interagire con l’utenza con spirito di servizio e li costringe, invece, a ostentare l’arroganza del potere.

Concludo quindi con la speranza che almeno questa volta, dopo quasi vent’anni di appelli e manifestazioni, la nostra Amministrazione Regionale si decida una buona volta ad accogliere le nostre richieste di una normativa apposita che preveda l’assistenza personale autogestita con finanziamenti ad hoc, per rendere concreto ai cittadini con disabilità che lo desiderano il diritto una vita indipendente.

Articolo stampato da Superando.it: https://www.superando.it

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20nov/170

15.000 euro di risarcimento, perche’ discriminata in quanto disabile

17 novembre 2017 @ 12:59 - Diritti

Comune di San Paolo di Jesi (Ancona), prima e dopo l'installazione dell'ascensoreL’interno del Comune di San Paolo di Jesi (Ancona), prima e dopo l’intervento che ha portato all’eliminazione delle barriere architettoniche

«Anche se sono passati quattro anni, alla fine la giustizia ha fatto il suo corso e ha riconosciuto la discriminazione subita da Lucia Giatti da parte del Comune di San Paolo di Jesi. Oltre al risarcimento, va anche ricordato che nel 2014 quello stesso Comune, grazie alle iniziative intraprese dalla nostra organizzazione e all’azione giudiziaria delle signora Giatti, ha finalmente reso accessibili i propri uffici comunali alle persone con disabilità motoria, grazie all’installazione di un ascensore».
Lo dichiara, con legittima soddisfazione, Renato Biondini, segretario della Cellula di Ancona dell’Associazione Luca Coscioni, dopo che nei giorni scorsi, ed esattamente il 14 novembre, la Corte d’Appello di Ancona, tramite la Sentenza n. 1710, ha condannato il Comune di San Paolo di Jesi (Ancona) al pagamento di 15.000 euro a titolo di risarcimento danni, per avere discriminato Lucia Giatti, cittadina con disabilità motoria in carrozzina, nonché già consigliera comunale di quella stessa città.

Di tale vicenda, anche il nostro giornale si era ampiamente occupato, nella primavera del 2014, quando l’Associazione Coscioni aveva convocato una conferenza stampa, per annunciare appunto l’installazione dell’ascensore, presso il Comune di San Paolo di Jesi, in parallelo al sostegno dato all’azione legale di Lucia Giatti, che a causa delle barriere architettoniche, non aveva potuto accedere né alla sala consiliare né agli uffici comunali. A tal proposito, ci si era segnatamente appellati alla Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni).
«Il riconoscimento da parte della Corte d’Appello di Ancona della natura discriminatoria della condotta omissiva tenuta in tutti questi anni dal Comune di San Paolo di Jesi – sottolinea Alessandro Gerardi, l’avvocato che ha sostenuto l’azione di Lucia Giatti -, con il conseguente risarcimento del danno, ma anche l’abbattimento delle barriere architettoniche e, quindi, l’installazione dell’ascensore all’interno dell’edificio comunale, rappresentano l’ennesimo successo raggiunto dalla nostra Associazione sul fronte della lotta alle discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità. Si tratta di un successo conseguito in primis grazie al coraggio e alla determinazione di Lucia Giatti, il cui comportamento deve essere da esempio per tutte quelle persone con disabilità che ogni giorno in Italia, in tutta Italia, vengono discriminate a causa di una serie di barriere non solo architettoniche e sensoriali, ma soprattutto culturali, che impediscono loro di svolgere una vita libera e indipendente».

«Con il nostro Progetto Soccorso Civile per l’eliminazione delle barriere architettoniche [se ne legga la presentazione sulle nostre pagine, N.d.R.] – dichiara dal canto suo Gustavo Fraticelli, vicesegretario dell’Associazione Coscioni – abbiamo promosso in tutta Italia con altre Associazioni l’affermazione dei diritti delle persone con disabilità, la condivisione delle azioni e iniziative di ogni livello, fatto conoscere ai cittadini la possibilità di segnalare con la nostra App NO Barriere le discriminazioni in atto nel proprio Comune. È solo un primo passo verso la definitiva eliminazione delle barriere architettoniche, ma col nostro aiuto possono farne tutti, ad esempio scaricando gratuitamente quella stessa App su Google Play e iTunes».
«Facciamo inoltre un appello – conclude Fraticelli – a tutte quelle persone che sono discriminate a causa della loro disabilità: rivendicate i vostri diritti e appellatevi alla Legge 67/06, chiamando a giudizio chi vi discrimina. Abbiate fiducia, la Legge è dalla vostra parte!». (S.B.)

Ringraziamo Fabio Ragaini per la segnalazione.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Renato Biondini (cellulacoscioniancona@gmail.com).

Articolo stampato da Superando.it: http://www.superando.it

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7ott/170

Roma: una nuova condanna per discriminazione

6 ottobre 2017 @ 11:48 - Diritti

Stazione Flaminio della Metropolitana di RomaLa Stazione Flaminio della Metropolitana di Roma è una di quelle che hanno portato alla nuova Sentenza di condanna del Comune di Roma e dell’ATAC, per condotta discriminatoria nei confronti delle persone con disabilità

Non è purtroppo la prima volta che il Comune di Roma viene condannato per discriminazione nei confronti delle persone con disabilità. Come avevamo di volta in volta riferito, infatti, era già successo nel 2012 e nel 2014, anche allora su iniziativa dell’Associazione Luca Coscioni. A quanto pare, quindi, cambiano le Giunte del Governo capitolino, ma non cambiano le Sentenze di questo tipo, che continuano invece ad arrivare abbastanza simili tra loro.
L’ultima di esse è stata resa pubblica in questi giorni, pur risalendo al 2 settembre, e proviene dalla Prima Sezione Civile del Tribunale di Roma, che ha appunto condannato Roma Capitale e la Società di Trasporti ATAC, «per condotta discriminatoria nei confronti delle persone disabili a causa del mancato abbattimento delle barriere architettoniche presso le stazioni della metropolitana “Flaminio” e “Piazza di Spagna” nonché per il mancato funzionamento degli ascensori presso la fermata “Subaugusta”».

La vicenda giudiziaria, come detto, è stata promossa anche in questa occasione dall’Associazione Luca Coscioni, traendo spunto dalla disavventura subita da due giovani in carrozzina, rimasti intrappolati per ben due volte e per più di un’ora sotto alla metropolitana, a causa del mancato funzionamento di ascensori e servoscala.
Roma Capitale e l’ATAC dovranno quindi risarcire il danno da loro subìtorimuovere tutti gli ostacoli che ancora oggi impediscono a chi ha difficoltà motorie di accedere alle fermate della metropolitana prive di ascensori e servoscala o che, quando ci sono, vengono a quanto pare disattivati dopo un certo orario.

«Questa decisione del Tribunale di Roma – si legge in una nota dell’Associazione Coscioni – dimostra ancora una volta l’autentica via crucis che molte persone con disabilità devono affrontare ogni giorno a causa della presenza delle barriere architettoniche sparse ovunque sul suolo capitolino, che impediscono a chi soffre di ridotte capacità motorie di accedere ai mezzi di trasporto pubblico».
La stessa Associazione Coscioni, dunque, si appella ad Andrea Venuto, nuovo disability manager del Comune di Roma, come abbiamo segnalato nei giorni scorsi, al quale chiede innanzitutto «di impegnarsi affinché siano presto attuati gli interventi ordinati dal Tribunale di Roma, con la speranza che si possano cominciare a vedere rapidamente i primi segni della famosa discontinuità promessa dall’attuale Amministrazione Comunale». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Associazione Luca Coscioni (Sabrina Antonini), sabrina.antonini@havaspr.com.

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