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Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
Aixtud
18lug/170

Comune condannato al danno non patrimoniale per la violazione del diritto all’istruzione del minore disabile

L'obbligo di provvedere all'assistenza per l'autonomia e la comunicazione del minore, e così anche di garantire la connessa consulenza della psicologa esperta nel metodo di apprendimento da applicarsi dall'assistente, grava non già sull'amministrazione scolastica, bensì sull'amministrazione civica in forza degli artt. 42 e 45 d.p.r. n. 616/'77, 13 l. n. 104/'92 e 139, co. 1, lett. c), d.l.vo n. 112/'98.

In accoglimento delle domande proposte, va in primo luogo ordinato al Comune convenuto di provvedere immediatamente, per il corrente anno scolastico e per quelli futuri, in cui il minore dovesse continuare a frequentare la scuola secondaria di primo grado, anche presso diverso istituto nel territorio, a fornire allo stesso, in aggiunta agli insegnanti curriculari e all'insegnante di sostegno addetti alla classe a cui egli è attualmente iscritto e dovesse esserlo in futuro, di un assistente alla autonomia e alla comunicazione a lui dedicato, con la specializzazione prevista nel PEI e preferibilmente individuato nella persona di chi ha già rivestito l'incarico negli anni passati, per il numero di ore fissato dal PEI predisposto per ciascun anno scolastico, nonché a farsi carico della spesa occorrente per la consulenza di esperto del metodo ABA prescritta dal PEI, in persona dell'esperto ivi individuato e per il numero di ore fissato dal PEI predisposto per ogni anno scolastico, così facendo cessare la condotta discriminatoria.

Il Comune convenuto viene condannato a rimborsare ai genitori ricorrenti la complessiva somma di € 3.947,40, da essi come innanzi spesa in luogo dell'Ente per il compenso della psicologa.

L'Amministrazione va, infine, condannata al pagamento in favore del minore della somma di € 5.000,00, in tale misura equitativamente determinata, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale arrecato al minore medesimo con la condotta discriminatoria di cui lo ha finora fatto oggetto.

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Nota dell'Avv. Nicola ULISSE del Foro di Trani

Con valente e perspicua motivazione, il Tribunale di Trani, nella persona del GOT Avv. Nicola Milillo, ha accolto la domanda dei genitori di un bambino disabile, proposta ai sensi degli artt. 702 bis c.p.c., al fine di ottenere la cessazione della condotta discriminatoria che l'amministrazione di un comune aveva posto in atto nei confronti di loro figlio, iscritto alla scuola media.

Essi lamentavano l'insufficiente adibizione, rispetto al monte ore previsto, di un assistente all'autonomia e alla comunicazione, nonché la mancata erogazione delle somme per fare fronte alle spese dell'analisi comportamentale applicata da parte di una psicologa specializzata nel trattamento col metodo denominato ABA, previsto dal piano educativo individualizzato, predisposto ai sensi dell'art. 12 co. 5 ex L. 104/92.

Inoltre, i genitori ricorrenti, volendo far completare a loro figlio il ciclo di studi dell'istruzione obbligatoria, chiedevano in proprio e per il minore la condanna dell'amministrazione al risarcimento dei danni patrimoniali e non con riferimento sia all'anno scolastico in corso sia a quelli futuri, oltre il rimborso delle spese per il compenso alla psicologa sostenuto nel precedente anno scolastico.

Nell'ordinanza – in linea con la migliore giurisprudenza, a cui esplicitamente fa riferimento – il giudice riconosce la preminenza alla maggiore integrazione possibile del disabile nella comunità scolastica e la natura fondamentale del suo diritto all'istruzione. In particolare, così motiva sul punto: quanto innanzi preclude al minore il pieno godimento del diritto all'educazione e all'istruzione, costituzionalmente garantito per tutti dall'art. 34 Cost. e particolarmente per i disabili dall'art. 38, co. 3, Cost., ponendolo in posizione di svantaggio rispetto ai suoi coetanei normodotati o in condizioni di meno grave disabilità, non consentendogli di fruire della stessa offerta formativa, e costituisce pertanto condotta discriminatoria.

Per questa ragione, è possibile affermare che la pronuncia in commento rappresenta un importante punto luce lungo l'ancora difficile cammino di evoluzione (soprattutto politico-culturale) tracciato dal Giudice delle leggi, secondo cui il diritto all'istruzione degli alunni disabili non può essere finanziariamente condizionato (cfr. Corte Cost. 275/16; invero, la giurisprudenza amministrativa era giunta ad analoga conclusione: cfr. Tar Catania sent. 383/13 e Tar Pescara 213/14).

«Il diritto all'istruzione del minore portatore di handicap ha rango di diritto fondamentale, che va rispettato con rigore ed effettività sia in adempimento ad obblighi internazionali (artt. 7 e 24 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata con l. 3 marzo 2009, n. 18), sia per il carattere assoluto proprio della tutela prevista dagli artt. 34 e 38, commi 3 e 4, Cost.». In particolare, «l'istruzione rappresenta uno dei fattori che maggiormente incidono sui rapporti sociali dell'individuo e sulle sue possibilità di affermazione professionale, ed il relativo diritto assume natura sia sociale sia individuale, con la conseguente necessità, con riferimento ai portatori di handicap, di assicurarne la piena attuazione attraverso la predisposizione di adeguate misure di integrazione e di sostegno» (Cons. Stato, sez. VI, 27 ottobre 2014, n. 5317; adde Cons. Stato 5428/15).

Nel caso di specie, il Tribunale di Trani accertato il diritto dello studente a conseguire una determinata e personalizzata offerta didattica, ha conseguentemente condannato l'Amministrazione a farsi carico della spesa necessaria ad assicurargli (anche per gli anni futuri) la possibilità di continuare a frequentare la scuola secondaria di primo grado, anche presso istituto diverso del comune di residenza, a rifondere ai ricorrenti gli esborsi sostenuti e a risarcire il minore del danno non patrimoniale arrecatogli e quantificato nella misura di € 5.000,00 (a tal proposito si ritiene opportuno menzionare la sentenza n° 2909/14 resa dal Tar Palermo, che ha quantificato in mille euro a titolo di danno esistenziale per ogni mese di scuola frequentato dall'alunno disabile senza l'insegnante di sostegno).

Avv. Nicola Ulisse del Foro di Trani

Il Giudice

letti gli atti del proc. n. /'16 R.G. e sciogliendo la riserva di cui all'udienza del 3.11.2016;

visti gli artt. 702 bis e segg. c.p.c.;

CONSIDERATO CHE

Con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., depositato in cancelleria il 24.6.2016 e ritualmente notificato alla controparte unitamente al provvedimento di fissazione di udienza, X ed Y, in proprio e quali esercenti la responsabilità genitoriale sul minore A, entrambi rappresentati e difesi dall'avv.... hanno convenuto in giudizio il Comune di (omissis) che si è costituito ... a mezzo dell'avv... , chiedendo, in sintesi, volersi: ordinare all'Amministrazione di cessare la condotta discriminatoria posta in essere a decorrere dallo scorso anno scolastico, costituita dalla insufficiente adibizione in favore del minore, alunno di scuola secondaria di primo grado affetto da grave disabilità, a fronte del monte ore previsto, di un assistente all'autonomia e alla comunicazione, e dalla mancata erogazione della spesa occorrente per la consulenza della psicologa individuata quale esperta del metodo c.d. ABA (dell'analisi comportamentale applicata), di cui il minore necessita per l'apprendimento, provvedendo di conseguenza per l'anno scolastico in corso e per quelli futuri; condannare l'Amministrazione medesima al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali arrecati ai ricorrenti, in proprio e per il minore da essi rappresentato in giudizio, dalla lamentata condotta discriminatoria, nella misura a ritenersi di giustizia.

La causa può essere decisa sulla mera base della documentazione prodotta e delle rispettive allegazioni difensive delle parti.

I ricorrenti hanno versato in atti, fra l'altro, il piano educativo individualizzato, c.d. PEI, predisposto ex art. 12, co. 5, l. n. 104/'92 per gli anni scolastici 2014-2015, 2015-2016 in data 15.12.2015 e 2016-2017, i quali prescrivono che il minore sia affiancato nell'orario scolastico, oltre che da insegnante di sostegno, da un assistente all'autonomia e alla comunicazione, specializzato nell'applicazione del metodo ABA e nell'uso dei sistemi di sviluppo della comunicazione cc.dd. CAA (comunicazione aumentativa alternativa) e PECS (picture exchange comunication system) e solo a lui dedicato, e si avvalga della consulenza della dott.ssa quale esperta del metodo ABA, per un determinato numero di ore, non fissato nel secondo PEI e invece fissato nel primo in n. 24 ore settimanali quanto all'assistente e in n. 5 ore mensili quanto alla consulente e nell'ultimo in n. 20 ore settimanali quanto all'assistente e in n. 5 ore mensili quanto alla consulente.

E' documentato e incontroverso che: per l'anno scolastico 2015-2016, il Comune convenuto ha provveduto a fornire il minore del solo ausilio dell'assistente all'autonomia e alla comunicazione, e non anche dell'apporto della consulente, per sole n. 10 ore settimanali (tanto è attestato dal PEI predisposto per il corrente anno scolastico); e, per l'anno scolastico 2016-2017, sta provvedendo a fornire il minore sempre del solo ausilio dell'assistente, e non anche dell'apporto della consulente, per sole n. 6 ore settimanali (tanto è attestato da dichiarazione sottoscritta dal dirigente scolastico, parimenti prodotta dai ricorrenti): ciò che l'Ente giustifica con le limitazioni imposte dalle risorse finanziarie a disposizione.

Quanto innanzi preclude al minore il pieno godimento del diritto all'educazione e all'istruzione, costituzionalmente garantito per tutti dall'art. 34 Cost. e particolarmente per i disabili dall'art. 38, co. 3, Cost., ponendolo in posizione di svantaggio rispetto ai suoi coetanei normodotati o in condizioni di meno grave disabilità, non consentendogli di fruire della stessa offerta formativa, e costituisce pertanto condotta discriminatoria ai sensi e per gli effetti degli artt. 2, co. 3, e 3 l. n. 67/'06, che i limiti di bilancio non valgono ad escludere.

Insegna infatti il Supremo Collegio che ... (Cass. SS.UU. 25.11.2014 n. 25011).

E ciò che è affermato con specifico riferimento ad un caso di insufficiente apprestamento di sostegno didattico, in quanto applicazione del principio della assoluta preminenza della concreta attuazione del diritto fondamentale del disabile all'integrazione scolastica, deve reputarsi ugualmente valido anche per il caso del presente giudizio, in cui l'obbligo di provvedere all'assistenza per l'autonomia e la comunicazione del minore, e così anche di garantire la connessa consulenza della psicologa esperta nel metodo di apprendimento ad applicarsi dall'assistente, grava non già sull'amministrazione scolastica, bensì sull'amministrazione civica in forza degli artt. 42 e 45 d.p.r. n. 616/'77, 13 l. n. 104/'92 e 139, co. 1, lett. c), d.l.vo n. 112/'98.

L'art. 28 d.l.vo n. 150/'11, richiamato dall'art. 3 l. n. 67/'06, attribuisce le controversie nella materia de qua alla giurisdizione ordinaria, con le forme del rito sommario di cognizione nella specie esperito, ponendo in capo al convenuto l'onere di dare prova della insussistenza della discriminazione.

Tale onere il Comune ha lasciato del tutto insoddisfatto, limitandosi, oltre che alla mera allegazione della indisponibilità di fondi, ad eccepire e dare prova che nessun rappresentante della ASL ha preso parte alla redazione del PEI predisposto per l'anno scolastico 2015-2016 in data 25.5.2015: donde l'inefficacia della previsione ivi contenuta della necessità per il minore di assistenza alla autonomia e alla comunicazione per n. 24 ore settimanali e della consulenza della dott.ssa per n. 5 ore ogni 40 giorni.

Senonché l'obiezione risulta priva di pregio a fronte della prova fornita dai ricorrenti del numero di ore allo stesso fine individuate tanto nel PEI predisposto per l'anno scolastico precedente tanto nel PEI predisposto per l'anno scolastico seguente, entrambi regolarmente sottoscritti da tutti i soggetti a ciò chiamati, ivi compreso il rappresentante della ASL, il quale ha d'altro canto sottoscritto anche nuovo PEI predisposto per lo stesso anno scolastico 2015-2016 in data 15.12.2015, confermativo delle esigenze di assistenza e consulenza di cui al PEI del 25.5.2015, ancorché privo della indicazione del numero di ore per esse rispettivamente programmato.

Così dispone l'art. 28, d.l.vo n. 150/'11:

<> (co. 5).

Per gli anni scolastici 2015-2016 e 2016-2017, per i quali è denunciata la discriminazione, i ricorrenti hanno dato prova di avere sostenuto per compenso della dott.ssa , individuata nel PEI quale esperta del metodo ABA, la complessiva somma di € 3.947,40.

Consegue in definitiva che, in accoglimento delle domande proposte, va in primo luogo ordinato al Comune convenuto di provvedere immediatamente, per il corrente anno scolastico 2016-2017 e per quelli futuri, in cui il minore dovesse continuare a frequentare la scuola secondaria di primo grado, anche presso diverso istituto nel territorio di , a fornire allo stesso, in aggiunta agli insegnanti curriculari e all'insegnante di sostegno addetti alla classe a cui egli è attualmente iscritto e dovesse esserlo in futuro, di un assistente alla autonomia e alla comunicazione a lui dedicato, con la specializzazione prevista nel PEI e preferibilmente individuato nella persona di chi ha già rivestito l'incarico negli anni passati, per il numero di ore fissato dal PEI predisposto e a predisporsi per ciascun anno scolastico, nonché a farsi carico della spesa occorrente per la consulenza di esperto del metodo ABA prescritta dal PEI, in persona dell'esperto ivi individuato e per il numero di ore fissato dal PEI predisposto e a predisporsi per ciascun anno scolastico, così cessando la condotta discriminatoria tenuta.

Il Comune convenuto va poi condannato a rimborsare ai ricorrenti la complessiva somma di € 3.947,40, da essi come innanzi spesa in luogo dell'Ente per il compenso della dott.ssa .

L'Amministrazione va infine condannata al pagamento in favore del minore della somma di € 5.000,00, in tale misura equitativamente determinata, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale arrecato al minore medesimo con la condotta discriminatoria di cui lo ha finora fatto oggetto.

Le spese di causa seguono la soccombenza e cedono in capo al convenuto nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

il Tribunale di Trani, in composizione monocratica, in persona del Giudice Onorario avv. Nicola Milillo, definitivamente pronunciando sulle domande come innanzi proposte da X ed Y, in proprio e quali esercenti la responsabilità genitoriale sul minore A nei confronti del Comune di... , in persona del legale rappresentante pro tempore, così provvede, rigettata o assorbita ogni altra istanza ed eccezione:

- ordina al convenuto di provvedere immediatamente, per il corrente anno scolastico 2016-2017 e per quelli futuri, in cui A dovesse continuare a frequentare la scuola secondaria di primo grado, anche presso diverso istituto nel territorio di... , a fornire allo stesso, in aggiunta agli insegnanti curriculari e agli insegnanti di sostegno addetti alla classe a cui egli è attualmente iscritto e dovesse esserlo in futuro, di un assistente alla autonomia e alla comunicazione a lui dedicato, con la specializzazione prevista nel PEI e preferibilmente individuato nella persona di chi ha già rivestito l'incarico negli anni passati, per il numero di ore fissato dal PEI predisposto e a predisporsi per ciascun anno scolastico, nonché a farsi carico della spesa occorrente per la consulenza di esperto del metodo ABA prescritta dal PEI, in persona dell'esperto ivi individuato e per il numero di ore fissato dal PEI predisposto e a predisporsi per ciascun anno scolastico;

- condanna il convenuto al pagamento in favore dei ricorrenti della complessiva somma di € 8.947,40, di cui € 3.947,40 per i ricorrenti in proprio ed € 5.000,00 per il figlio minore da essi rappresentato in giudizio, per le causali di cui in motivazione, oltre gli interessi legali dalla domanda fino all'effettivo soddisfo;

- condanna il convenuto al pagamento delle spese di causa in favore dei ricorrenti, che liquida nella complessiva somma di € 4.638,03, di cui € 151,03 per esborsi ed € 4.487,00 per compenso, oltre 15% sul compenso per rimborso forfettario delle spese e CPA ed IVA come per legge.

Si comunichi.

Trani, 9.12.2016

Il G.O.T.

avv. Nicola Milillo


26mag/170

Le cose che il fisco non ti puo’ pignorare

uomo tiene stretto salvadanaio con risparmi pignorati

di Lucia Izzo - È tutto pronto per il debutto del nuovo ente pubblico "Agenzia delle Entrate-Riscossione" che prenderà il posto di Equitalia, definitivamente fuori dai giochi a partire dal prossimo 1° luglio.Nonostante il passaggio di testimone, rimarranno invariate le regole per coloro che non pagano le tasse e che, in caso di prolungata inadempienza, rischiano di vedersi pignorati dal Fisco i propri beni, ma non tutti.

La prima casa

È stato il d.l. 69/2013 (c.d. decreto del Fare) a chiarire le regole relative alla non espropriabilità della prima casa. Deve trattarsi dell'unico immobile di proprietà del debitore, adibito a uso abitativo e nel quale egli risieda anagraficamente.Restano escluse le abitazioni di lusso aventi le caratteristiche individuate dal decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 agosto 1969 e comunque i fabbricati classificati nelle categorie catastali A/8 (ville) e A/9 (castelli).Sull'efficacia temporale delle disposizioni in esame è intervenuta la Corte di Cassazione, III sezione civile, sentenza n. 19270/2014, precisando che, in presenza delle condizioni espresse, la normativa sull'espropriazione della prima casa quando a procedere sia Equitalia, risulta applicabile a tutti i procedimenti di esecuzione in corso, anche se intrapresi prima dell'emanazione della novella.

Per gli Ermellini "dal momento che la norma disciplina il processo esecutivo esattoriale immobiliare, e non introduce un'ipotesi di impignorabilità sopravvenuta del suo oggetto, la mancanza di una disposizione transitoria comporta che debba essere applicato il principio per il quale, nel caso di successione di leggi processuali nel tempo, la nuova norma disciplina non solo i processi iniziati successivamente alla sua entrata in vigore, ma anche i singoli atti di processi iniziati prima".

Pertanto, nei casi in cui l'espropriazione immobiliare, sia diretta sull'unico bene di proprietà, a destinazione abitativa e non di lusso, nel quale in il contribuente abbia la propria residenza, "l'azione esecutiva non può più proseguire e la trascrizione del pignoramento va cancellata, su ordine del giudice dell'esecuzione o per iniziativa dell'agente di riscossione", anche se il pignoramento è anteriore all'entrata in vigore del decreto.Tuttavia, resta salva la possibilità di ipotecare l'abitazione principale se il debito a ruolo supera i 20mila euro, ma il Fisco potrà procedere all'espropriazione se l'importo complessivo del credito per cui procede supera i 120mila euro. È inoltre necessario che l'espropriazione sia preceduta dal decorso di sei mesi dall'iscrizione dell'ipoteca senza che il debito sia stato estinto.

Stipendio e pensione

Il pignoramento di stipendio e pensione può avvenire direttamente presso il datore di lavoro o presso l'ente di previdenza, prima che questo sia erogato, oppure presso l'istituto dove è stato accreditato. Tuttavia, la legge impone determinati limiti di pignorabilità delle somme.Il d.l. 69/2003 (articolo 52, comma 1, lettera f), modificando l'art. 72-ter del d.P.R. 602/1973, ha previsto dei limiti quanto al pignoramento delle somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento: tali somme, precisa la norma, possono essere pignorate dall'agente della riscossione in misura pari a un decimo per importi fino a 2.500 euro e in misura pari a un settimo per importi superiori a 2.500 euro e non superiori a 5.000 euro.Tuttavia, nel caso di accredito di tali somme sul conto corrente intestato al debitore, gli obblighi del terzo pignorato non si estendono all'ultimo emolumento accreditato allo stesso titolo che, pertanto, resta per intero nelle disponibilità del debitore.Inoltre, prevede la legge, resta fermo quanto stabilito dall'art. 545, quarto comma, c.p.c., in caso tali somme superino i cinquemila euro: quest'ultima norma precisa che le somme dovute da privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamentopossono essere pignorate nella misura di un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, e in eguale misura per ogni altro credito.
Il d.l. n. 83/2015 ha modificato il codice di procedura civile, aggiungendo all'art. 545 c.p.c. alcune precisazioni in materia di pignorabilità di stipendio e pensione: in particolare, si dispone che le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell'assegno sociale, aumentato della metà (circa 672,10 euro).
Invece, se le somme dovute a titolo di stipendio, pensione e assimilati siano accreditate su conto bancario o postale intestato al debitore, il pignoramento non è consentito fino all'importo pari al triplo dell'assegno sociale (ossia 1345,56 euro), ma solo per la parte eccedente laddove l'accredito abbia avuto luogo in data anteriore al pignoramento stesso.
Il pignoramento eseguito in violazione dei divieti e oltre i limiti previsti dallo stesso e dalle speciali disposizioni di legge èparzialmente inefficace. L'inefficacia è rilevata dal giudice anche d'ufficio.

Beni assolutamente impignorabili

L'art. 514 c.p.c. stabilisce un elenco di cose mobili assolutamente impignorabili che si aggiungono a quelle previste da speciali disposizioni di legge. Si tratta di beni familiari di prima necessità oppure aventi un particolare valore sacro o affettivo.L'elenco comprende le cose sacre e quelle che servono all'esercizio del culto, l'anello nuziale, gli strumenti, gli oggetti e i libri indispensabili per l'esercizio della professione, dell'arte o del mestiere del debitore, le decorazioni al valore, le lettere, i registri e in generale gli scritti di famiglia, nonché i manoscritti, salvo che formino parte di una collezione, le armi e gli oggetti che il debitore ha l'obbligo di conservare per l'adempimento di un pubblico servizio.Ancora, vi sono quei beni ritenuti indispensabili al debitore e alle persone della sua famiglia con lui conviventi: i vestiti, la biancheria, i letti, i tavoli per la consumazione dei pasti con le relative sedie, gli armadi guardaroba, i cassettoni, il frigorifero, le stufe e i fornelli di cucina anche se a gas o elettrici, la lavatrice, gli utensili di casa e di cucina unitamente ad un mobile idoneo a contenerli.

Sono tuttavia esclusi i mobili, meno i letti, di rilevante valore economico anche per accertato pregio artistico o di antiquariato. La legge 28 dicembre 2015, n. 221, invece, ha aggiunto all'elenco di impignorabilità anche gli animali di affezione o da compagnia tenuti presso la casa del debitore o negli altri luoghi a lui appartenenti, senza fini produttivi, alimentari o commerciali nonchè quelli impiegati ai fini terapeutici o di assistenza del debitore, del coniuge, del convivente o dei figli.

Crediti impignorabili

Ancora, l'art. 545 c.p.c. prevede ancora che non possano essere pignorati i crediti alimentari, tranne che per cause di alimenti e sempre con l'autorizzazione del presidente del tribunale o di un giudice da lui delegato e per la parte dal medesimo determinata mediante decreto.Inoltre, non possono essere pignorati crediti aventi per oggetto sussidi di grazia o di sostentamento a persone comprese nell'elenco dei poveri, oppure sussidi dovuti per maternità, malattie o funerali da casse di assicurazione, da enti di assistenza o da istituti di beneficenza. Anche le polizze vita non possono essere assolutamente pignorate.

Auto di lavoro

Per quanto riguarda l'auto del debitore, il c.d. decreto del fare (D.L. 69/2013, articolo 52, comma 1, lettera m-bis.) ha precisato che, se il mezzo è strumentale all'attività di impresa o della professione, non potrà essere operato il fermo amministrativo da parte dell'esattore.In particolare, l'agente della riscossione quando iscrive il fermo di beni mobili registrati deve notificare al debitore (c.d. preavviso di fermo) una comunicazione preventiva riguardante il fermo, che verrà eseguito in mancanza del pagamento delle somme dovute entro 30 giorni. Nel predetto termine il debitore o i coobbligati potranno dimostrare che il bene mobile è necessario per l'esercizio della professione o dell'attività di impresa.

Conto corrente e casa cointestati

In caso di beni cointestati (art. 1101 c.c.) la legge presume che le quote dei partecipanti siano uguali tra loro. Pertanto, la pignorabilità del bene nei confronti del debitore è ammessa unicamente per la metà, come può avvenire nel caso di conto cointestato.Per evitare abusi, ovverosia che l'esattore si appropri di somme appartenenti a soggetti diversi dal debitore, in caso siano presenti cointestatari nel conto non è possibile l'azione diretta del creditore presso la banca o la posta, ma è necessario adire il giudice che potrà assegnargli le somme dovute limitate alla quota di spettanza del debitore.

Tuttavia, precisa l'art. 599 c.p.c., i beni indivisi possono essere pignorati anche quando non tutti i comproprietari sono obbligati verso il creditore e in tal caso del pignoramento è notificato avviso, a cura del creditore pignorante, anche agli altri comproprietari, ai quali è fatto divieto di lasciare separare dal debitore la sua parte delle cose comuni senza ordine di giudice.Infatti, solo se il bene può essere diviso in natura si procede alla divisione in quote, con espropriabilità della singola da parte del creditore procedente: in caso contrario, si dovrà vendere il bene per intero e la quota-parte del ricavato verrà restituita al contitolare non debitore.

8mag/170

Non si puo’ esultare troppo, per Sentenze come questa

5 maggio 2017 @ 10:58 - Studio

Bimbo con disabilità in una stanzetta da soloUn bimbo con disabilità di una scuola elementare, costretto a trascorre le ore scolastiche con la sua carrozzina in uno stanzino, senza alcun tipo di supporto

Nei giorni scorsi, con la Sentenza n. 2023, la Sesta Sezione del Consiglio di Stato ha evidenziato come «l’inserimento e l’integrazione nella scuola – con l’ausilio dell’insegnante di sostegno – anzitutto evitano la segregazione, la solitudine, l’isolamento» e «rivestono poi fondamentale importanza sociale, perché rendono possibili il recupero e la socializzazione».
Tale provvedimento prende le mosse da un caso verificatosi in Toscana e sollevato dalla madre di un minore con disabilità: la donna aveva chiesto che la scuola per l’infanzia alla quale il figlio era stato iscritto riconoscesse le ore di sostegno per l’anno scolastico 2015-2016. Il Dirigente Scolastico aveva prima fatto presente all’Ufficio Scolastico Regionale che al minore dovevano essere attribuite 25 ore settimanali di sostegno, poi, una volta acquisite le determinazioni dello stesso Ufficio Scolastico Regionale, ne aveva attribuite soltanto 13. Preso dunque atto del numero ridotto di ore, la madre del bambino aveva impugnato la decisione di fronte al Tribunale Regionale Amministrativo (TAR) della Toscana, che nel marzo del 2015 le aveva dato ragione, ordinando al Ministero e all’Ufficio Scolastico Regionale di attribuire immediatamente 25 ore, nominando altresì nominato due commissari ad acta in caso di inadempimento. Dal canto loro, il Ministero e l’Ufficio Regionale avevano impugnato la sentenza del TAR di fronte al Consiglio di Stato, il quale ora ha appunto respinto l’appello.

Tra le principali motivazioni addotte dal Consiglio di Stato, possiamo leggere: «L’attività ed un significativo numero di ore di lezione degli insegnanti di sostegno comportano evidenti vantaggi non solo per i disabili, […] ma anche per le famiglie e per la società nel suo complesso».
Quanto stabilito dalla suprema Corte Amministrativa è molto importante, in quanto conferma i contenuti della “storica” Sentenza 275/16 della Corte Costituzionale, che aveva sancito lo scorso anno l’intangibilità del diritto allo studio degli alunni con disabilità, con riguardo anche alle misure di assistenza previste per loro dalla legislazione vigente, ivi compreso il servizio di trasporto.
In sostanza, si ribadisce che dev’essere la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione. E tuttavia, non mi sento di esultare e di essere entusiasta per Sentenze come questa, che ritengono di garantire il diritto all’inclusione, assegnando lo stesso numero di ore di sostegno pari al numero di ore di lezione. Esse, invece, finiscono per contraddire lo spirito più autentico della nostra normativa sull’inclusione scolastica, fondata sull’ICF (la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), e sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, privando gli allievi con disabilità dell’imperdibile opportunità di un reale ed efficace percorso di autonomia e di vita indipendente.
Ritengo sia proprio questo, infatti, che sta provocando il consolidarsi degli attuali mali del nostro sostegno e cioè la progressiva e inarrestabile “deresponsabilizzazione” dei docenti curricolari per il progetto inclusivo, il crescente perverso meccanismo della delega al solo docente per il sostegno del processo di inclusione degli studenti con disabilità e la conseguente triste “ghettizzazione” di questi ultimi nelle cosiddette “aule di sostegno”.
A tal proposito, sempre più genitori considerano oggi l’insegnante specializzato, indipendentemente dalle sue competenze, l’unica risorsa a disposizione dei figli, parlando addirittura del “loro” docente di sostegno e sentendosi dunque quasi “in dovere” di ricorrere ai Giudici per ottenere il massimo di ore di sostegno possibile.

Sia chiaro: quanto detto non deve far credere che si vogliano “eliminare” gli insegnanti per il sostegno i quali, al contrario, vanno ritenuti come una preziosa risorsa al servizio degli alunni/studenti con disabilità. Però, l’errore di fondo del nostro presente sistema di inclusione è quello di dimenticare sempre più spesso che – come previsto già quarant’anni fa dalla Legge 517/77, successivamente dalla Legge 104/92 e più recentemente dalla già citata Convenzione ONU – essi devono essere di sostegno alla classe, ai colleghi curricolari, a tutti gli Organi Collegiali e all’intero “contesto” per la progettazione e la realizzazione di attività scolastiche ed extrascolastiche veramente inclusive “per “tutti e per ciascuno” e non solo per gli allievi con disabilità.
Insomma, fossi nelle famiglie dei nostri ragazzi, piuttosto che battagliare nelle aule dei Tribunali per ottenere tante ore di sostegno quante sono le ore di insegnamento, mi batterei al contrario per una seria ripresa della formazione iniziale e in servizio di tutto il personale scolastico sulle didattiche inclusive e per la garanzia di una “sacrosanta” continuità didattica per i loro figli.
Purtroppo la cosa più deludente è che neppure la tanto celebrata recente Delega sul sostegno, attuativa della Legge 107/15 (cosiddetta La Buona Scuola), sembra voler perseguire tali “virtuosi” obiettivi, con buona pace di un proficuo processo di inclusione degli alunni con disabilità del nostro Paese.

Direttore scientifico dell’IRIFOR (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione) dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).

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